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1. Il significato economico della cooperazione e la comunità.
I diversi tipi di imprese alternative che abbiamo esaminato – e anche altri di minore rilevanza che sono rimasti fuori dal nostro studio – hanno in comune il fatto di basarsi su una qualche forma di organizzazione e di azione congiunta di persone che cooperano tra loro per migliorare le proprie condizioni di vita e, in molti casi, per ottenere un effetto positivo sulla comunità in cui operano.
Si mettono in comune risorse materiali, forze lavoro, conoscenze tecniche e capacità varie degli associati e, dal loro mettersi insieme e dalla gestione comunitaria, si producono effetti positivi nella produzione, nelle entrate e nel benessere per ciascuno dei partecipanti e anche per la comunità (o collettività) come tale.
Se, poi, l’azione e la gestione congiunta, presenti all’interno dell’unità economica, hanno effetti tangibili e concreti sul risultato dell’operazione economica, dobbiamo a ragion veduta considerarle come un vero fattore economico che ha – e al quale va riconosciuta – la sua produttività specifica, come gli altri fattori che partecipano alla generazione del prodotto.
Denomineremo tale nuovo fattore economico Fattore C, dall’iniziale – nella nostra e in molte altre lingue – dei termini che indicano le diverse modalità di azione congiunta: cooperazione, comunità, collettività, coordinazione, collaborazione.
La presenza attiva di questo «Fattore C» può quindi essere considerata un elemento che caratterizza e distingue le forme di imprese alternative, presenza che è possibile estendere a tutto il settore dell’economia solidale e alla strategia stessa di sviluppo alternativo. A questo proposito è utile fare alcune ulteriori precisazioni sui contenuti e sugli effetti economici di questo fattore.
Un primo contenuto da evidenziare è la cooperazione nel lavoro, che può accrescere il rendimento di ciascuno dei componenti della forza lavoro e l’efficienza di quest’ultima nel suo insieme. In questo modo, la comunità offre benefici superiori a quelli che ciascun componente otterrebbe ricorrendo esclusivamente alla propria forza individuale. Bisogna tenere conto che sono sempre più numerosi i lavori che non possono essere intrapresi se non da un soggetto collettivo; in tali casi la cooperazione volontariamente cercata e accettata permette di raggiungere il più perfezionato grado di integrazione del soggetto lavorativo capace di assumerne la realizzazione e il controllo.
Un altro contenuto importante è l’uso condiviso di conoscenze e informazioni, sia di carattere tecnico che gestionale, relative alle funzioni di produzione, commercializzazione, amministrazione, ecc.; ciò implica benefici addizionali, come anche risparmio di costi (dato che le informazioni non si trovano in genere gratuite sul mercato, ma, al contrario, hanno costi significativi).
L’uso condiviso delle conoscenze si esprime in un altro contenuto importante del «fattore C», che è l’adozione collettiva delle decisioni, che possono risultare più efficaci (quando si adottano sotto certe condizioni organizzative appropriate), specialmente per via del fatto che coloro che le adottano sono gli stessi che si rendono responsabili della loro esecuzione.
Una buona pianificazione collettiva delle attività risulta particolarmente vantaggiosa, perché i piani sono buoni quando sono attuabili, e sono attuabili quando coloro che partecipano alla loro realizzazione pratica sono interessati ai loro obiettivi, conoscono il ruolo e il significato dell’azione stessa nel suo insieme, sono personalmente interessati al suo buon compimento, aderiscono volontariamente all’esecuzione di quanto pianificato perché hanno partecipato alla sua elaborazione.
Collegato al precedente, emerge un altro contenuto importante, che è il raggiungimento di una più equa e migliore distribuzione dei benefici ottenuti dall’unità economica tra i suoi componenti, il che indubbiamente contribuisce a motivare l’impegno e gli apporti di ciascuno all’opera comune.
Un altro contenuto del «fattore C» di cui va tenuto conto riguarda gli incentivi psicologici che derivano da certi rituali propri del lavoro in squadra o comunitario, che si esprimono tanto nel processo stesso di lavoro quanto nelle attività connesse, che incidono sulle diverse funzioni necessarie al funzionamento dell’impresa. Questi rituali o abitudini di gruppo contribuiscono alla creazione di un clima sociale favorevole allo sviluppo delle attività e facilitano i processi di adattamento e socializzazione indispensabili.
Un contenuto non meno importante è la riduzione della conflittualità sociale all’interno dell’unità economica comunitaria, per il fatto che sono esclusi almeno i conflitti derivati da interessi antagonistici, mentre altri conflitti inevitabili possono trovare adeguati canali di risoluzione. Questo elemento può risultare significativo in termini economici, poiché i costi dei conflitti di lavoro e imprenditoriali sono solitamente elevati nelle imprese private.
A quanto detto bisogna aggiungere che lo stesso elemento comunitario o associativo costituisce di per sé un beneficio particolare per ciascun componente, che va a sommarsi al totale soggettivo (e perfino oggettivo, quando tale beneficio permette di risparmiare i costi del suo raggiungimento alternativo al di fuori della comunità di lavoro) dei risultati globali dell’attività. Tale beneficio particolare è in relazione con la soddisfazione di un insieme di bisogni relazionali e di convivenza, che i membri dell’organizzazione possono raggiungere nel processo stesso di lavoro e di gestione associativa.
In relazione con tutto ciò, bisogna anche rilevare che l’elemento comunitario, e particolarmente la presenza operante del «fattore C», è uno degli elementi che spiegano come le unità economiche alternative abbiano una tendenza – che abbiamo menzionato e analizzato in diversi dei tipi di impresa esaminati – all’integralità in quanto combinazione degli aspetti culturali e sociali con quelli economici. Oltre ai già citati effetti di questo fatto, va rilevato che ciò implica che la comunità o il gruppo organizzato si costituiscono come parte integrante delle strategie di sussistenza, dei modi di vita e degli stili di sviluppo assunti da ciascun componente e dalle loro famiglie.
Il «fattore C» ha dunque un impatto significativo sullo sviluppo personale degli individui associati, perché la cooperazione diventa un elemento favorevole allo sviluppo di una personalità più integrata, in grado di articolare le diverse dimensioni della vita in un processo di crescita che è al tempo stesso personale e comunitario.
Un ultimo ma non meno importante contenuto del «fattore C» sono i benefici dell’azione comunitaria e collettiva sulla comunità più ampia e sulla società globale in cui opera l’unità economica. Tali benefici sono di tipi e caratteristiche diversi, ma possono essere riassunti in un fatto emerso già varie volte nei capitoli precedenti, e cioè l’impatto delle unità economiche alternative sulla trasformazione e lo sviluppo verso una società più giusta, libera e solidale.
Quelli che abbiamo elencato non sono gli unici aspetti relativi al contenuto e agli effetti economici del «fattore C», ma ci danno una chiara idea del suo significato e della sua importanza nelle imprese alternative e nell’economia di solidarietà. Possiamo dunque tentare una definizione economica sintetica.
In sintesi, il «fattore C» significa che la formazione di un gruppo, di un’associazione o di una comunità, che opera cooperativamente e coordinatamente, fornisce un insieme di benefici a ciascun componente, nonché un rendimento e un’efficacia migliori all’unità economica nel suo insieme. Ciò si deve a una serie di economie di scala, di economie di associazione e di esternalità, coinvolte nell’azione comune e comunitaria.
2. Alcune condizioni per la formazione di unità economiche in cooperazione.
L’esistenza di un «fattore C» in numerosi tipi di imprese non significa sempre e necessariamente che l’azione di gruppo e collettiva sia migliore e più efficiente dell’azione individuale, o che l’organizzazione cooperativa sia per definizione superiore ad altre forme organizzative dell’attività economica.
La scelta razionale tra il comunitario e l’individuale per l’uso e la gestione di risorse, conoscenze e attività economiche, come qualsiasi altra decisione economica, deve scaturire dal confronto, in base all’esperienza e con la guida della teoria, dei risultati che si raggiungono in un modo e nell’altro di fare le cose, in termini di benessere personale e collettivo (che include produzione ed entrate, ma che non si limita ad essi) e di costi relativi (non solamente monetari).
Tuttavia, nella pratica le unità economiche o imprese associative si costituiscono come risultato di processi sociali e culturali più complessi; proprio come restano spesso disoccupate e inattive le altre risorse (senza trasformarsi in fattori economici propriamente detti), esiste sempre una notevole quantità di «energia sociale» come risorsa che resta economicamente inattiva, senza diventare vero e proprio «fattore C».
Anche se molto sinteticamente, è utile segnalare alcune condizioni che fanno sorgere o che favoriscono la formazione di unità economiche che utilizzano il nostro sesto fattore. Sono:
a) L’esistenza di una necessità economica imperante, del problema di sussistenza a cui devono far fronte vasti settori popolari in conseguenza della disoccupazione e dell’emarginazione. Se questi sono fenomeni strutturali nei Paesi sottosviluppati, derivati dal modo in cui è organizzata l’economia, va riconosciuta una forte acutizzazione degli stessi e una estensione verso altre regioni del mondo sviluppato, in conseguenza della crisi che colpisce l’economia mondiale e di certi cambiamenti tecnologici in corso.
È la comune esperienza di esclusione ed emarginazione che in molti casi motiva la cooperazione e la solidarietà che si traduce in iniziative collettive di produzione, distribuzione e consumo.
b) La presenza previa di un’organizzazione sociale con propositi extraeconomici, di tipo religioso, culturale, rivendicativo, ecc.; in altri casi, il desiderio di generare un’organizzazione popolare, o di preservare un’organizzazione che si veda minacciata da pressioni e restrizioni esterne.
Di fronte ai cambiamenti nella situazione e nelle domande o interessi dei propri componenti, molte organizzazioni sociali create con altri fini si pongono l’obiettivo di realizzare insieme attività economiche organizzate. Si esprime in tal senso quello che Albert Hirschman ha definito «il principio di conservazione e trasformazione dell’energia sociale», secondo il quale certi movimenti sociali organizzati cambiano carattere dopo esperienze di lotta sociale fallita o terminata con il positivo raggiungimento dei primitivi obiettivi. Ciò che si rileva è che l’esperienza in organizzazioni precedenti può compiere la funzione base di riunire persone con problemi comuni e idee simili in un’impresa comune.
In ogni caso, la condizione minima per l’emergere di un’organizzazione economica condivisa è un processo previo in cui si superi l’isolamento e la sfiducia reciproca e si condividano determinati interessi e aspirazioni.
c) L’intervento di uno stimolo esterno volto a promuovere l’organizzazione con fini di autoaiuto e cooperazione. Vi è in tal senso una diffusa pratica di sostegno alla creazione di attività collettive, che si manifesta tanto in donazioni di finanziamenti per rifornire i gruppi delle indispensabili risorse materiali e operazionali, quanto in servizi di formazione, assistenza tecnica, consulenza e accompagnamento organizzativo. Va riconosciuto in questo stimolo esterno – di cui abbiamo analizzato le caratteristiche parlando dell’economia delle donazioni istituzionali – un elemento importante per la creazione e lo sviluppo delle forme economiche alternative di tipo comunitario.
d) Le motivazioni ideologiche e assiologiche, che portano molte persone e gruppi a cercare forme di vita, di organizzazione e di azione alternative rispetto a quelle predominanti basate sulle opposte tendenze all’individualismo e alla massificazione spersonalizzante. Le idee e i valori umanistici, solidali e cooperativistici si concretizzano spesso e trovano applicazione pratica in organizzazioni economiche di uno dei tipi alternativi che abbiamo esaminato.
In molti casi riscontriamo che l’origine dell’unità economica è, dunque, uno stimolo interno proveniente dal gruppo come tale o da qualcuno dei suoi componenti più consapevoli e inquieti. Va incluso in questo senso l’ampliamento di certe esperienze cooperative e solidali come risultato dell’impegno posto dalle stesse nel diffondere, socializzare ed estendere i propri modi di organizzarsi e di agire.
Queste sono le principali condizioni che si possono riscontrare all’origine della maggior parte delle esperienze di azione economica cooperativa. Bisogna tuttavia segnalare – oltre al fatto che è possibile che sorgano gruppi per motivi diversi che non abbiamo contemplato – che è spesso la presenza di più di una di quelle elencate, o una combinazione di tutte, a far germinare quell’energia sociale che si trasforma nel «fattore C» di contenuto economico, di cui abbiamo sottolineato l’importanza in ogni organizzazione economica alternativa.
3. Il settore dell’economia di solidarietà e le sue componenti.
Abbiamo fin qui fatto riferimento alle imprese alternative, nei loro diversi tipi, in quanto unità economiche. Identificando il «fattore C» come elemento caratteristico comune a tutte loro, abbiamo avviato un’analisi di diverso livello, che non si riferisce solamente alle unità economiche come tali, ma all’insieme delle forme alternative di impresa in quanto costitutive di un modo speciale di fare economia, che si presenta ancora più specificamente come un settore all’interno dell’economia globale.
Avendo tale settore come tratto distintivo la presenza operante del «fattore C», e cioè essendo le sue unità componenti strutturate in base a una modalità di cooperazione, commensalità, coordinazione, comunità, collettività o collaborazione, modi questi di integrazione solidale tra i soggetti, abbiamo denominato questo insieme di organizzazioni e attività economia di solidarietà, o settore solidale dell’economia.
Riguardo a questo settore ci proponiamo di individuarne dettagliatamente i rapporti e le articolazioni interne, nonché la specifica razionalità economica.
L’esistenza di un settore solidale nell’economia può essere rilevata mediante la semplice osservazione delle unità economiche che abbiamo considerato in questo studio come «alternative», nonché dei nessi e dei legami concreti che esse tendono a stabilire tra loro, reciprocamente attratte dai loro modi simili di agire e di relazionarsi.
Non cercheremo in questa sede di dare una descrizione più ampia del settore solidale come tale, ma di individuare a livello teorico le sue componenti e i suoi rapporti interni, precisando i criteri utili a discernere quali unità e attività economiche lo costituiscono.
Partendo dall’esperienza, e rileggendola attraverso gli elementi concettuali proposti nella prima sezione, il problema consiste nel distinguere prima di tutto i tipi di rapporti economici in base ai quali si stabiliscono vincoli socialmente e umanamente integranti, solidali e comunitari, e che per ciò stesso tendono a collegarsi gli uni con gli altri attraverso flussi e circuiti economici che li rafforzano nel loro sviluppo e li articolano in una specie di rete di rapporti economici solidali.
Possiamo distinguere tre principali settori economici:
a) Il settore solidale, costituito principalmente dai soggetti, dai flussi e dalle attività corrispondenti ai rapporti economici di commensalità, di cooperazione e di donazione; questo settore può anche essere denominato «economia di solidarietà».
b) Il settore scambi, costituito dai soggetti, dalle attività e dai flussi in cui si stabiliscono rapporti di scambio; viene anche chiamato «mercato di scambi» e spesso semplicemente «mercato» (sebbene quest’ultima denominazione risulti inadeguata, dato che nel mercato si articolano tutti i soggetti e le attività economiche, strutturati mediante i vari tipi di rapporti esistenti).
c) Il settore regolato, costituito in base ai rapporti tributari e di assegnazione gerarchica; viene solitamente definito «settore pubblico» o «economia di pianificazione».
È utile precisare che questi tre settori sono teoricamente distinti, ma nella realtà non si trovano separati; infatti, i settori si mescolano e si intersecano perché ogni soggetto economico, ogni impresa, qualunque sia il settore in cui si trovi preferibilmente inserito, di fatto in qualche misura instaura e mette in atto rapporti di tutti i tipi. Così, per esempio, un’impresa cooperativa inserita prevalentemente nel settore solidale effettua compravendite e paga imposte.
Ciononostante, analiticamente è sempre possibile distinguere (e anche quantificare) le attività, i flussi e i rapporti che ciascun soggetto e unità economica mette in atto nell’uno o nell’altro settore. In questo modo, è possibile identificare la presenza e il grado di inserimento – che può essere «predominante», «parziale» o «subordinato» – di ciascun soggetto in ciascun settore, e così profilare la composizione dei tre settori come tali.
Se il criterio principale per distinguere la composizione dei settori è il tipo di rapporti economici che si instaurano tra le unità economiche e al loro interno, è tuttavia necessario integrarlo con gli altri due criteri in base ai quali distinguiamo e analizziamo le imprese alternative, e cioè quali sono le categorie economiche che le organizzano e quali le forme di proprietà che tra loro si stabiliscono.
Infatti, anche se non esiste una corrispondenza meccanica tra categorie economiche, forme di proprietà e rapporti economici – come abbiamo visto nelle prime unità – è possibile identificare alcuni legami tra i tre aspetti, che ci aiutano a individuare con maggiore precisione la composizione dei tre settori e, in particolare, del settore di economia di solidarietà. In sintesi:
a) È possibile identificare un nesso privilegiato tra certe categorie organizzative e certi tipi di rapporti economici: il capitale come categoria organizzativa di attività economiche manifesta una chiara tendenza a privilegiare i rapporti di scambio; così, le imprese organizzate dal capitale tendono a operare preferibilmente nel mercato di scambi. Analogamente avviene con la categoria lavoro, che nell’organizzare attività economiche tende spontaneamente a procedere in base a rapporti di cooperazione; in tal modo, le imprese organizzate dal fattore lavoro tendono a costituirsi prevalentemente nel settore solidale dell’economia. Qualcosa di equivalente si osserva solitamente riguardo alla categoria «amministrazione», che tende a privilegiare i rapporti tributari e di assegnazione gerarchica; di fatto, le imprese pubbliche partecipano in modo privilegiato al settore dell’economia regolata.
b) Si osserva anche l’esistenza di un nesso tra categoria organizzativa e forma di proprietà sui mezzi di produzione. Esistono, infatti, alcune forme di proprietà che sono tipiche delle imprese organizzate dal capitale, e cioè la proprietà privata individuale e la proprietà privata proporzionale di tipo azionario. Alle imprese organizzate dal lavoro si adeguano meglio, invece, le forme di proprietà cooperativa, comunitaria e personale ripartita, ossia forme di appropriazione in cui il titolare è un gruppo, o un’associazione, ben delimitato in quanto a componenti e relativamente piccolo, in cui i diritti di ciascun partecipante e del gruppo come tale sono stabiliti concordemente dagli stessi componenti. Le imprese organizzate dal fattore amministrazione assumono, di solito, forme di proprietà collettiva, che può essere proprietà istituzionale o statale.
c) Si può individuare, infine, un nesso tra tipi di rapporti economici e forme di proprietà: i rapporti economici più integranti (commensalità, cooperazione, donazione) danno solitamente luogo a forme di appropriazione comunitaria e cooperativa dei mezzi di produzione. Invece, i rapporti in cui si mantiene l’esteriorità e l’indipendenza tra i soggetti partecipanti al rapporto (scambi) tendono a costruire forme di proprietà privata. Infine, i rapporti che implicano nessi di potere e di subordinazione tra un organo centrale e gli individui che compongono la collettività (tributi e assegnazioni gerarchiche), si esprimono in forme di proprietà pubblica e statale.
In questo modo, attenendoci a questi nessi tra i tre principali criteri distintivi dei tipi di imprese, è possibile interpretare la conformazione del settore solidale dell’economia come una specie di triangolo, i cui vertici corrispondono, rispettivamente, ai rapporti economici, alle categorie organizzative e alle forme di proprietà caratteristiche di quelle che abbiamo definito imprese alternative.
In base allo stesso criterio si può individuare la composizione degli altri due settori che abbiamo rispettivamente denominato «di scambi» e «regolato». Lo schema seguente illustra queste tre conformazioni settoriali.
Cooperazione
Commensalità
Donazioni
Settore
solidale
Lavoro Proprietà comunitaria
cooperativa
personale ripartita
Scambi
Settore
Scambi
Capitale Proprietà privata
individuale e azionaria
Tributi
Assegnazione gerarchica
Settore
Regolato
Amministrazione Proprietà statale
e istituzionale
(vedi schema nel testo originale)
Per le ragioni che abbiamo esposto nella quarta e nella quinta unità, abbiamo scelto di identificare i tre settori mediante una denominazione corrispondente ai tipi di rapporti economici; ma si potrebbe anche scegliere di denominarli in base a qualsiasi degli altri due aspetti, cosicché il nostro settore solidale potrebbe anche essere designato come settore di economia fondata sul lavoro, o settore di proprietà comunitaria e cooperativa. Il settore scambi potrebbe essere designato come settore organizzato dal capitale (o capitalista) o anche settore di proprietà privata. E il settore regolato potrebbe essere chiamato settore organizzato dall’amministrazione e del potere pubblico, oppure settore di proprietà statale.
Bisogna, tuttavia, rilevare che non può esserci un’equivalenza stretta tre le tre denominazioni possibili, perché il nesso che abbiamo riscontrato tra tipi di rapporti, categorie e forme di proprietà indica solamente un preferenza e non una determinazione o corrispondenza stretta.
Tenendo conto di quanto detto, la composizione corretta di ciascun settore è difficile da stabilire e delimitare, specialmente perché troveremo unità economiche che si legano al proprio settore solamente per uno o due vertici del triangolo. Quelle unità che lo fanno per tutti e tre, cioè che stabiliscono nessi privilegiati tra un tipo di categoria organizzativa e i corrispondenti tipi di rapporti economici e forme di proprietà, potrebbero essere considerate più tipiche e nuclearmente costitutive del settore corrispondente.
Componenti «nucleari» del settore solidale sono le imprese fondate sul fattore lavoro, articolate internamente in base a rapporti di cooperazione, commensalità o donazione, e che adottano forme di proprietà cooperativa, comunitaria o personale ripartita.
Ma, al di là di queste forme «nucleari», fa parte del settore dell’economia solidale anche l’insieme delle imprese cooperative di primo, secondo e terzo grado, qualunque sia la categoria economica che le organizzi; il «mercato delle donazioni» e l’economia delle donazioni istituzionali; il fenomeno dell’autogestione e delle altre forme alternative di impresa che abbiamo esaminato, con le loro rispettive strutture di coordinazione e integrazione.
4. La coordinazione tra unità economiche e l’integrazione di un movimento di economia alternativa.
Il settore dell’economia solidale e l’economia alternativa nel suo insieme non sono soltanto una somma di unità economiche che restano indipendenti e separate, ma si costituiscono anche come un insieme di rapporti reali tra unità e soggetti che si coordinano e si integrano gli uni con gli altri.
L’economia solidale parte dal principio che l’associazione tra gli individui permette di realizzare con risultati migliori quelle attività che essi non possono svolgere da soli se non con sforzi maggiori e minori risultati; è coerente supporre che l’ampliamento del raggio di azione che si ottiene mediante la coordinazione e l’integrazione tra diverse unità solidali, può migliorare le possibilità operazionali di ciascuna di esse.
La coordinazione e l’integrazione tra unità economiche si manifesta, quindi, come un’estensione dello stesso «fattore c» che ha dato luogo alle unità associative, fino a comprendere molte unità e perfino, potenzialmente, il settore solidale e alternativo nel suo insieme.
Bisogna, tuttavia, riconoscere che esistono alcuni seri problemi relativi alla coordinazione e all’integrazione tra unità economiche. L’esperienza di fatto insegna che sorgono difficoltà di ordine pratico e teorico di cui è necessario tenere conto e che vanno superate mediante adeguati meccanismi, che garantiscano al tempo stesso la partecipazione di ciascuna unità nell’insieme e l’autonomia decisionale di ogni singola organizzazione.
Il principale problema da risolvere si riferisce al fatto che si creano in genere confusioni e interferenze tra due principali funzioni che vengono assegnate alle istanze di coordinamento. Esse sono, da un lato, il potenziamento operazionale delle attività economiche delle diverse unità, che si ottiene attraverso l’azione congiunta; dall’altro, la rappresentazione sociale e/o politica dei gruppi partecipanti con l’obiettivo di canalizzare le aspirazioni e i progetti di trasformazione e di sviluppo alternativo.
Quando le due funzioni sono affidate a un medesimo organismo di integrazione, sorge un conflitto tra coloro che danno un’importanza diversa a ognuna delle due: siccome la logica specifica e il ritmo delle attività economiche sono diverse dalla logica e dal ritmo delle attività di rappresentazione e trasformazione, il loro mescolarsi si ripercuote solitamente sia sull’efficienza delle prime quanto sull’unità necessaria per le seconde.
L’analisi dell’esperienza ci porta ad affermare che è utile differenziare chiaramente l’integrazione che si compie con fini di rappresentazione, da quella che si effettua con obiettivi operazionali. Entrambe possono costituire processi organizzativi paralleli, separati, anche se convergenti nella prospettiva di creare un settore economico e un movimento sociale coerenti e uniti.
I processi di coordinamento in entrambi i sensi sono complessi e non è quindi possibile analizzarli in questo paragrafo. Tuttavia, può essere utile proporre alcune considerazioni generali riguardo a ciascuno di essi.
Il coordinamento con fini operazionali si presenta come un prolungamento spontaneo dello stesso spirito di associazione e di cooperazione che fa nascere ogni organizzazione. È lo sforzo di aiuto reciproco e di azione congiunta, al fine di potenziare le risorse disponibili per ciascuna unità mediante il mettere in comune e il gestire una parte di esse. L’obiettivo operazionale di tale coordinamento è sempre lo stesso: ottenere economie di scala, economie di associazione ed esternalità positive. A tal fine, il coordinamento deve cercare di essere efficace e utile per ciascuna unità e per tutte quante, il che implica l’adozione di adeguate risorse di razionalità economica, amministrativa, di gestione, ecc.
La chiave della questione sta nel trovare e nel concretizzare i modi di coordinamento e integrazione più adeguati per questo tipo di organizzazioni e per la loro specifica razionalità economica. Possiamo elencare, in questo senso, alcuni criteri importanti:
a) Il coordinamento è un’attività libera e volontaria, a cui ogni organizzazione partecipa in base a i propri modi di essere, di pensare e di operare. Devono essere chiaramente stabiliti gli ambiti decisionali che ogni unità riserva per sé e quelli in cui concorda di operare congiuntamente.
b) In base allo spirito di questo tipo di organizzazioni, ogni unità economica ha la responsabilità di apportare risorse umane e materiali per lo sviluppo delle attività coordinate; ha inoltre il diritto di partecipare agli organi decisionali secondo il criterio dell’autogestione applicato ora all’organismo di integrazione.
c) Se il coordinamento si realizza con fini operazionali, va adottato in base a criteri operativi razionali. Ciò significa che in ogni caso si dovrà stabilire la dimensione dell’organizzazione, il volume delle sue operazioni, le procedure per la presa delle decisioni, i criteri di distribuzione dei benefici ottenuti, cercando di garantire la massima efficienza (i più alti benefici con i costi minori).
In altre parole, i centri e le istanze di coordinamento con fini operazionali dovranno costituirsi e operare come unità economiche alternative di secondo grado, cioè come unità economiche integrate in cui i soggetti partecipanti sono le unità economiche minori. Naturalmente, l’efficienza e l’organizzazione dovranno essere concepite nel medesimo modo alternativo proprio delle unità partecipanti.
Anche il coordinamento con fini di rappresentazione è una forma di prolungamento dello spirito che anima le unità economiche alternative. Attraverso di esso si manifesta, in particolare, l’integrità che abbiamo varie volte rilevato a livello delle diverse forme di imprese alternative, nel senso che si costituiscono come organizzazioni che, insieme all’aspetto economico, svolgono contemporaneamente attività sociali, culturali, politiche, ecc., nella prospettiva di sviluppare un modo di vita e di azione alternativo, capace di incidere, trasformandolo, sullo sviluppo sociale in generale.
In questa prospettiva, l’integrazione acquisisce caratteristiche molto diverse da quelle che abbiamo menzionato parlando del coordinamento con fini operazionali. Qui si tratta di un processo di formazione di una coscienza e di una volontà collettive, che operano secondo una logica democratica di organizzazione e azione, che vuole essere portatrice di un progetto alternativo, di trasformazione e sviluppo.
Quale sia questo progetto, quali i modi di organizzazione più adeguati per un movimento sociale di queste caratteristiche, quali siano le forme di azione più appropriate e conseguenti, sono questioni della massima importanza, che devono essere risolte teoricamente e praticamente dagli stessi protagonisti. La loro analisi va al di là dei propositi e delle possibilità del presente compendio, nel quale abbiamo voluto concentrare l’attenzione sulle forme e i contenuti microeconomici dell’economia alternativa.
Domande
1. Che cos’è il «fattore C»? Su che cosa si basa il suo riconoscimento come fattore economico?
2. Indichi i contenuti principali di questo «fattore C» e i suoi effetti sulle unità economiche alternative.
3. Che cosa intendiamo per «economie di associazione» ed «esternalità di associazione»? Esponga esempi tratti dall’esperienza.
4. Quali sono le principali condizioni che favoriscono la formazione di unità economiche solidali?
5. Quali settori economici si possono distinguere nelle economie concrete? Quali sono i criteri che permettono di differenziarli?
6. Quali sono le componenti del settore di economia solidale? Elenchi tipi di imprese e circuiti economici integrati, che fanno parte del settore.
7. Perché è utile separare organicamente il coordinamento con fini operativi dal coordinamento con fini di rappresentazione sociale? Indichi alcuni criteri di cui si dovrebbe tenere conto in ciascuno di tali coordinamenti.
Temi da sviluppare individualmente o in gruppo
1. La combinazione del «fattore C» con gli altri fattori economici che fanno parte di un’impresa.
2. Lo sviluppo del «fattore C» e il «fattore C» nello sviluppo.
3. Rapporti tra l’«economia di solidarietà» e lo «sviluppo alternativo».