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9. LA STRADA DELLA DONNA E DELLA FAMIGLIA

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Famiglia, donna e lavoro nell’economia tradizionale

 
I cambiamenti che sono avvenuti e che continuano a verificarsi riguardo alla situazione della donna, al rapporto tra i sessi e all’organizzazione della famiglia, costituiscono un processo di trasformazione culturale che possiamo considerare tra i più importanti della nostra epoca. Con essi, una serie di nuovi fenomeni e tendenze appaiono nella vita quotidiana, nei comportamenti e nei rapporti sociali e anche nelle attività economiche e politiche. Vediamo perché e in quale forma questi cambiamenti che riguardano la situazione della donna e della famiglia aprono un cammino nuovo verso l’economia di solidarietà e lavoro.
Tradizionalmente e da lungo tempo, la differenza tra i sessi ha comportato una distinzione di funzioni e ruoli nella vita familiare, sociale, economica e politica. Non sta a noi, in questa sede, analizzare le forme particolari di queste differenze, che non hanno sempre avuto il medesimo significato e contenuto nelle diverse epoche e culture che si sono storicamente succedute. Ma hanno quasi sempre rappresentato per la donna una dedizione particolare alla vita domestica e familiare, all’allevare ed educare i figli, ai problemi sanitari e di igiene ambientale, ai rapporti sociali del contesto comunitario locale.
Ebbene, questa attenzione preferenziale alla casa e al suo contesto, questa particolare centralità della donna nella famiglia e nella comunità, avevano un significato ben diverso rispetto a quello acquisito dalla dedizione della donna alla vita domestica e familiare nel contesto dell’attuale società industriale e urbana. Ciò in ragione del fatto che la famiglia e la vita domestica avevano tradizionalmente un senso, un’importanza, un’estensione e un’intensità molto diverse rispetto a quelle che hanno attualmente.
La famiglia era allora realmente la cellula fondamentale della società. Si trattava di una famiglia estesa, grande, costituita da almeno tre generazioni, con numerosi figli e ampie ramificazioni, che abitava in una o in più abitazioni nello stesso luogo. Intorno ad essa ruotava il lavoro e gran parte del processo di riproduzione della vita economica e sociale, che si svolgeva per la stragrande maggioranza della gente nelle campagne o in paesi, villaggi e piccole città altamente integrate. L’unità economica predominante era la proprietà agricola, piccola, media o grande, sfruttata da famiglie allargate secondo una logica che orientava l’attività alla soddisfazione delle necessità di consumo e alla riproduzione e al miglioramento delle condizioni di esistenza dei suoi membri. Tali unità economiche trovavano una prima e forte articolazione a livello comunitario in qualche forma di comunità locale che le inseriva in una struttura comunale o microregionale in base a complessi rapporti economici, sociali e culturali.
Nella famiglia e nella comunità locale si realizzavano simultaneamente e in modo notevolmente integrato le funzioni di produzione, distribuzione, consumo e accumulazione. La famiglia era il fondamento di molte attività produttive, di modo che intorno a essa si articolavano tanto le risorse economiche disponibili quanto gli obiettivi dell’attività economica. Composta da genitori, figli, nonni, nipoti, altri parenti e congiunti, la famiglia era la principale unità di lavoro e il soggetto fondamentale dei rapporti economici con il contesto. Tutti i membri della famiglia in condizioni di compiere lavori utili trovavano occupazione in vari ambiti. Tra i componenti della famiglia si strutturava una certa divisione elementare del lavoro, in funzione delle capacità personali, del sesso e dell’età, dei rapporti di parentela e delle decisioni che adottavano i capifamiglia per soddisfare le diverse esigenze della produzione. Si differenziavano così il lavoro degli uomini, delle donne, dei bambini e degli anziani.
La partecipazione di tutta la famiglia alla produzione includeva attività della più varia natura: il lavoro nella fattoria in tutti i suoi aspetti e differenze stagionali; il pascolo e l’allevamento di bestiame e pollame; la preparazione e la conservazione dei pasti e delle bevande; la costruzione, la manutenzione, la riparazione e il miglioramento delle abitazioni e delle strutture; la tessitura e alcuni lavori artigianali; l’assistenza ai malati e la partecipazione a cerimonie e attività sociali, ecc. La differenza tra lavoro produttivo e attività vitali utili risultava difficile da definire, data l’integrazione che si stabiliva tra i vari aspetti della sussistenza e la riproduzione della vita familiare. La nozione di «impiego» è ovviamente inadeguata per far riferimento alla forza lavoro in quelle condizioni. Non esisteva nemmeno la disoccupazione, poiché tutta la forza lavoro disponibile era utilizzata nel processo produttivo, qualunque fosse il rendimento delle persone. Il non lavorare era considerato pigrizia.
A volte si utilizzava forza lavoro esterna al gruppo familiare, in certe attività economiche e in certi periodi dell’anno in cui le esigenze dell’attività superavano le disponibilità della forza lavoro familiare. Alcuni membri delle famiglie compivano anche lavori fuori casa o lavoravano per altri, quando le proprie risorse e i propri mezzi erano insufficienti per garantire il necessario alla sussistenza, e in periodi stagionali in cui le richieste di lavoro erano minori rispetto alla disponibilità di forza lavoro. Ma le attività economiche principali erano quelle che si realizzavano in casa o nell’immediato contesto. La necessità di lavorare per terzi sotto salario caratterizzava chi era estremamente povero e chi non aveva superato lo stato di servitù. Per millenni, vivevano di salario soltanto i più poveri tra i poveri: quelli che non avevano un’economia domestica autosufficiente e che non erano in condizioni di autosostenersi e di garantire la sussistenza delle proprie famiglie. L’economia familiare e il lavoro autonomo di sussistenza erano l’elemento principale, e si ricorreva all’offerta di forza lavoro, ossia all’economia eteronoma del lavoro salariato o dipendente, soltanto quando la prima si rivelava insufficiente.
Per quanto riguardava la gestione dell’attività economica, le decisioni fondamentali erano prese dal capofamiglia, che si assumeva la responsabilità principale sia della famiglia in quanto unità sociale, sia delle risorse materiali che componevano l’unità economica. È necessario sottolineare, tuttavia, che la presa di decisioni rispetto all’assegnazione della forza lavoro familiare ai diversi compiti e attività era abitualmente suddivisa tra i genitori: l’uomo organizzava il lavoro nella produzione, decidendo chi doveva partecipare e come doveva farlo, mentre la donna organizzava i lavori di sostegno alla produzione (cura dei materiali da lavoro, allevamento degli animali da cortile, preparazione e conservazione di alimenti, ecc.), il rifornimento e la commercializzazione dei prodotti della fattoria nella comunità locale, il consumo e alcuni servizi essenziali (sanità, educazione, ecc.). Ciò richiedeva una coordinazione e un’intesa tali che la direzione del processo era spesso condivisa.
In sintesi, la dedizione preferenziale della donna alle attività domestiche e familiari non implicava uno svuotamento di contenuto economico e produttivo, perché l’economia era fondamentalmente domestica e familiare.
 
 

La divisione sessista del lavoro nella società industriale

 
Tutto questo è sostanzialmente cambiato con l’imporsi della produzione industriale. L’evento decisivo è stata la concentrazione della produzione e delle attività economiche in unità specializzate, separate dalla vita familiare e comunitaria, ossia la nascita di fabbriche, imprese, istituzioni e negozi che si dedicano alla produzione e alla commercializzazione di beni e servizi differenziati in base a settori e specialità. Tali imprese si costituiscono come unità di investimento di capitale che cercano la massima redditività mediante l’organizzazione di processi produttivi su vasta scala, standardizzati, strutturati in base a una razionalità economica e tecnica che applica sistematicamente la conoscenza scientifica specializzata e che dirige la produzione verso il consumo del pubblico in generale costituito in mercato consumatore, attraverso flussi e relazioni di scambio.
La concentrazione della produzione in unità imprenditoriali specializzate ha influito profondamente sulla struttura e i contenuti della vita familiare, e in particolare sulla condizione della donna. Infatti, il funzionamento della fabbrica richiede l’esecuzione di una gran quantità di compiti di basso contenuto intellettuale e di elevato utilizzo di energia fisica e muscolare, al cui svolgimento si dedicò principalmente l’uomo divenuto così operaio industriale. Molte di queste attività possono certamente essere eseguite con simile destrezza dalla donna; ma varie ragioni portarono a far sì che fosse l’uomo a iniziare il processo di allontanamento dal focolare domestico per lavorare nel mondo delle imprese e delle istituzioni. Era già lui che nelle mansioni produttive e commerciali tradizionali si allontanava di più dalla casa e dal suo contesto comunitario, così che non è difficile comprendere perché la forza lavoro delle fabbriche e delle imprese fosse per la maggior parte costituita, soprattutto nelle prime fasi dell’industrializzazione, da giovani di sesso maschile. Le richieste di continuità lavorativa nel tempo, sia per l’elevato numero di ore al giorno, sia per l’assenza di interruzioni nel corso dell’anno, poneva la donna in una situazione di svantaggio per via della sua speciale dedizione alle attività relative all’alimentazione e alla cura dei figli e delle interruzioni a causa di gravidanze e maternità.
Nelle prime tappe dell’industrializzazione e del capitalismo si produsse una radicale frattura nella famiglia intesa come unità di lavoro e gestione di attività economiche. La distinzione di ruoli e funzioni tra i sessi si esasperò, divenendo l’uomo il principale fornitore delle entrate necessarie per il consumo familiare, ottenute con il lavoro salariato e dipendente, e la donna la responsabile quasi esclusiva delle attività domestiche.
La concentrazione delle attività produttive nelle imprese, fuori casa, ridusse sostanzialmente il contenuto economico della vita familiare. Essa perse gran parte della sua autosufficienza produttiva, e i beni e i servizi indispensabili per la soddisfazione dei bisogni vennero ottenuti sul mercato, dove le imprese offrivano la loro produzione a prezzi fissati monetariamente. La generalizzazione del mercantilismo portò a considerare come vero lavoro soltanto quello per il quale si otteneva una remunerazione monetaria, e come vera produzione soltanto quella che generava beni o servizi per il mercato. Il lavoro si identificò con l’impiego, e la condizione di lavoratore fu riconosciuta soltanto a coloro che offrivano e collocavano la propria forza lavoro in imprese o istituzioni che li assumevano a prezzi determinati. Il lavoro domestico e quello comunitario, nonostante i beni e i servizi che producevano per soddisfare i bisogni dei membri della famiglia o della comunità, cessò di essere considerato lavoro reale. Acquisì la non sempre desiderabile caratteristica di «invisibilità».
Le ripercussioni di questi cambiamenti sulla struttura, composizione e vita della famiglia non furono meno rilevanti. La famiglia si restrinse alla cosiddetta famiglia nucleare, che si considera completa quando è costituita da una coppia di adulti e da un numero sempre più ridotto di figli. Si costituisce una famiglia in base a ciascun uomo (o eventualmente donna) che fornisca entrate sufficienti a sostenere un piccolo nucleo domestico. I figli non lavorano fino all’età in cui possono essere impiegati, e si prolunga così il periodo della loro formazione e istruzione, considerato necessario per realizzare attività di maggior livello gerarchico nell’ambito dell’economia imprenditoriale o istituzionale. Più tardi, a partire da una certa età, che nella maggior parte dei casi non coincide con una reale incapacità lavorativa, le persone cessano di essere impiegate, entrando nello stato di pensionamento in base alle leggi che regolano i rapporti di lavoro e la sicurezza sociale. Il totale dei dipendenti inattivi per motivi di età aumenta, il che non impedisce che sia anche presente la disoccupazione.
La bassa remunerazione del lavoro che molte volte non basta a coprire le necessità del nucleo familiare, così come l’esigenza della stessa economia di vedere incrementata l’offerta di forza lavoro, hanno aperto alla donna possibilità di impiego e di lavoro nell’economia eteronoma. Cercando di «superare» la sua invisibilità e le grandi restrizioni imposte dall’essere relegata ad attività domestiche nell’ambito di una vita familiare ridotta e impoverita, la donna cerca di impiegarsi fuori casa. Ciò contribuisce ulteriormente all’impoverimento del contenuto produttivo ed economico della vita familiare.
Dal punto di vista economico la famiglia passa a essere considerata unità di consumo e non più unità di lavoro. Gli economisti, infatti, anche se solitamente riconoscono le famiglie come soggetto economico e il loro insieme come un «settore» dell’economia globale – precisamente il settore «famiglie» – le considerano esclusivamente in quanto unità di spesa e di consumo, ossia in quanto richiedenti i beni e i servizi di consumo, in contrapposizione al settore «imprese», costitutivo dell’offerta di beni economici.
 
 

La crisi della famiglia

 
Parlare di «crisi della famiglia» è diventato ormai un luogo comune. I dati sono evidenti: la percentuale di separazioni e divorzi aumenta di anno in anno e le coppie che si sciolgono tendono a essere più numerose di quelle che si formano. I rapporti sperimentali, e cioè le coppie che non si assumono un impegno permanente, sono in rapido aumento. Il controllo della natalità, l’uso di anticoncezionali e l’aborto tendono a generalizzarsi e le famiglie si ritengono soddisfatte quando hanno uno o due figli. Questi ultimi si ribellano precocemente ai genitori e molti sono i figli non sposati per i quali il rendersi indipendenti dalla famiglia e vivere per conto proprio costituisce una forte aspirazione. La vita familiare, quando non si configura a un livello di bassa intensità sentimentale, diventa un ambito caratterizzato da forte tensione.
In realtà, non si tratta soltanto di una crisi della famiglia, ma di una vera e propria disintegrazione. È importante, però, individuare esattamente di che tipo di famiglia si tratta. La crisi o disintegrazione di quella che chiamiamo famiglia è in verità il processo terminale di un ente sociale che è stato creato nell’epoca moderna sotto le ali dell’industrialismo e del capitalismo, strettamente funzionale a se stesso. Lo spiega bene Theodore Roszak quando afferma: «La famiglia, così come la conosciamo, è uno dei prodotti secondari più dannati e patetici del caos industriale. La sua eredità è una triste storia di sofferenza come vittima. Che cosa troviamo risalendo soltanto di un paio di secoli nella storia sociale del mondo moderno? Città industriali e campi minerari che trascinano le dislocate masse rurali e le folle di immigrati verso i propri floridi mercati di lavoro come vasti detriti globali. Questi lavoratori erano legati, per la loro tradizione ed esperienza, a un’economia domestica confinata alla loro casa e al luogo in cui vivevano. Poi, all’improvviso, furono bruscamente gettati in un ordine economico molto diverso, in un’economia i cui motori erano città selvagge che polverizzavano sistematicamente il loro materiale umano trasformandolo in frammenti sciolti che gli economisti chiamano, in modo eufemistico, “forza lavoro libera e mobile”, capace di una risposta istantanea sul mercato. Questa forza lavoro “libera” giunse nelle città sotto forma di uomini e donne sradicate, prive di beni, soprattutto giovani, la cui vita sessuale e amorosa divenne ora promiscua e instabile in un modo senza precedenti. (…) L’unica famiglia che ci si poteva aspettare che questi nuovi “individui” economici creassero era il ridotto raggruppamento umano che chiamiamo oggi “famiglia nucleare”. Ma questo era tutto ciò che la nuova economia esigeva da loro nella loro vita domestica: la condizione di unità minime di forza lavoro» (Roszak T., Persona/Planeta, Kairos, Barcellona 1984, p. 190).
In realtà questa economia vorrebbe qualcosa di più: consumatori moltiplicati al massimo e, a tal fine, niente di meglio che mini-famiglie costituite ciascuna in unità di consumo indipendenti che chiedono di rifornirsi separatamente l’una dall’altra di tutto ciò che è necessario per mantenersi.
D’altra parte – continua Roszak – la famiglia rappresentava, in virtù del suo isolamento e della sua insicurezza, una serie di interessi propri selvaggiamente in competizione con i vicini. (…) Ogni senso di comunità fu rapidamente cancellato dalla coscienza. La stessa architettura delle città industriali esprimeva l’isolamento della famiglia e la difesa egoista: una fila di case dietro l’altra come alveari abitati da masse oppresse e anonime, tenute insieme come unità domestiche carenti di potere, solo per la disperazione e le fondamentali necessità erotiche. (…) Questa è la tradizione mutilata da cui la famiglia trae il suo orientamento: un secolo e mezzo di naufragio istituzionale, una lunga e spossante lotta intrapresa da milioni di uomini e donne sradicati per improvvisare amore, lealtà e le responsabilità della paternità a partire dalle rovine sociali rimaste dopo il gran clamore sollevato dall’industrializzazione. (…) Nulla di ciò che è avvenuto nell’ultimo secolo ha ridotto la dipendenza e l’isolamento della vita familiare nella società industriale. La frammentazione di ogni comunità naturale continua, negli edifici costituiti di numerosi appartamenti che riempiono il centro della città e nelle abitazioni residenziali dove ognuno si ritira dalle strade e da parenti e amici per trasformarsi in un bastione di consumo egoista. Non ci resta altro da fare che rassegnarci al nostro isolamento domestico e chiamarlo “intimità”» (Id., pp. 192-193).
Forse la realtà della famiglia non è nei nostri Paesi così patetica come ce la presenta Roszak, che si riferisce alla famiglia nella società nordamericana. Anche quando molti degli aspetti che egli segnala si ritrovano anche nelle nostre società meno industrializzate, la famiglia offre qui contenuti umani, sociali ed economici un po’ più consistenti. Lo stesso autore aggiunge più avanti: «I matrimoni falliscono, le famiglie si rompono… ma le statistiche dimostrano che la gente che divorzia si risposa. (…) La famiglia può essere fragile come una canna al vento, ma è tutto quello che la maggior parte di noi ha per difendersi contro la solitudine che minaccia di inglobarci. È anche l’unico angolo al mondo in cui abbiamo l’opportunità di sperimentare la responsabilità, forse non molta, fatta di piccole decisioni sul bilancio familiare, la scuola che devono frequentare i nostri figli, il colore giusto per ridipingere la cucina…, ma questa è tutta l’opportunità che il grande e affannato mondo ci dà per sentirci adulti e con a carico qualcosa di più delle nostre vite private». Al di là di questo, la famiglia è l’ambito principale in cui si conserva e si mantiene vigente la solidarietà umana, la convivialità, il cameratismo, la cooperazione.
È per questo che, dalla realtà della famiglia in crisi e dalla situazione della donna nasce la possibilità di un processo di recupero di personalità e comunità al tempo stesso; processo che, per le ragioni che vedremo, si orienta anch’esso nella prospettiva dell’economia di solidarietà.
 
 

Economia familiare ed economia di solidarietà

 
La crisi della famiglia ha spinto certi piccoli gruppi di persone a sperimentare altre forme di comunità primaria: famiglie aperte, collettività, comunità di vita, alloggi comunitari, ecc. Gli esperimenti di questo tipo sono diversi e dimostrano vari livelli di successo e di stabilità. La maggior parte di essi, veri sostituti della famiglia, si orientano a cercare forme nuove di vita, e di fatto tendono a separare coloro che ne fanno parte dai condizionamenti dell’economia e dalle strutture dell’ordine macrosociale costituito. Ma tali esperimenti costituiscono un possibile cammino da seguire soltanto per alcuni, anzi pochissimi; forse soltanto per coloro che hanno vissuto più fortemente in prima persona il vuoto della propria vita familiare.
In realtà la famiglia è un’istituzione naturale, nel senso che nasce spontaneamente dalla vita: nasciamo in essa o la esigiamo quando nasciamo; successivamente, l’impulso vitale ci spinge con tremenda intensità a creare una famiglia nuova nella quale realizzarci e proiettare la nostra esistenza. Dalla famiglia noi uomini e donne ci aspettiamo tanto: compagnia fedele e gratificazione sessuale nel corso della vita; protezione, nutrimento e riposo; sostegno morale, tenerezza e comprensione; assistenza nella malattia e consolazione nei fallimenti e nei problemi della vita; soddisfazione dei nostri bisogni fondamentali di convivenza; intrattenimento, lavoro, gioco e ozio. Ad essa associamo in ampia misura sia il nostro sviluppo personale sia il nostro inserimento nella comunità; in essa stabiliamo legami con le nostre radici, con i nostri antenati e ci proiettiamo verso il futuro con la nostra discendenza. Con essa e per essa costruiamo la nostra casa, dove acquista senso il lavoro che realizziamo fuori, come anche lo sforzo di risparmiare e prevedere; l’acquisto di beni materiali e la formazione di un patrimonio. In essa cerchiamo e diamo la maggior parte del nostro amore e nelle varie età della vita ci aspettiamo di trovare sostegno e soddisfazione per i nostri bisogni principali. Questo, e molto di più, ci aspettiamo dalla famiglia.
Certamente l’attuale famiglia ridotta e mutilata non è in condizioni di offrirci tutto questo al livello e con la qualità che desideriamo. Ma tanto profondo è il nostro desidero di famiglia che tendiamo a pensare che sia possibile il suo recupero come l’ambito primario di realizzazione personale e comunitario a cui naturalmente aspiriamo. A tale riguardo, due sembrano essere le condizioni fondamentali.
La prima sarebbe il recupero del senso ampio della famiglia, al di là del ridotto «nucleo familiare». Se vuole essere una cellula fondamentale ma completa della società, capace di offrire ai suoi membri quella ricchezza di vita e di convivialità di cui abbiamo parlato, dovranno farne parte i due sessi e tutte le età: bambini, giovani, adulti, anziani, almeno tre generazioni incluse le ramificazioni laterali. Non si tratta del fatto che tutti costituiscano un’unica famiglia o che vivano in una stessa casa, ma che abbiano un grado di integrazione sufficiente per garantire a tutti un senso di appartenenza e un’identità comune che si esprime in attività condivise e in impegni reali di mutuo sostegno e di cooperazione. Affinché sia reale, tale integrazione dovrebbe esprimersi non soltanto attraverso incontri festivi occasionali, ma anche con vincoli economici integranti che durino nel tempo, in rapporti di cameratismo, cooperazione e aiuto reciproco, nel possesso e nell’uso di beni condivisi, in flussi reali di beni e servizi utilizzati in comune.
La seconda condizione è la ricreazione di una consistente economia familiare in grado di garantire ai suoi membri, in maniera autonoma, la soddisfazione dei loro bisogni e la tutela dei loro diritti. Che la famiglia si costituisca come unità economica completa e non soltanto come unità di consumo e spesa; che recuperi la sua condizione di unità di lavoro e produzione, nel cui seno si verificano inoltre processi di distribuzione e accumulazione economica.
Quindi, se la riduzione e la crisi della famiglia sono state il risultato di un modo di organizzazione dell’economia, sarà in un altro modo di organizzazione economica che la famiglia potrà realizzare più pienamente la propria vocazione. Più specificamente, è nell’ambito dell’economia di solidarietà che diventano possibili queste due condizioni del recupero della famiglia come unità sociale che realizza la sua vera vocazione e pienezza di senso. Vediamo in che modo e quali possibilità esistono che un processo in tal senso si verifichi a partire dalla situazione attuale della famiglia.
 
 

Realtà, contenuto e forme dell’economia familiare

 
In realtà e anche se ciò non viene adeguatamente riconosciuto, la famiglia come unità economica che compie funzioni di produzione, distribuzione, consumo e accumulazione non ha perduto completamente il suo contenuto e costituisce ancora oggi una parte considerevole dell’economia globale della società. Hanno iniziato a manifestarsi, inoltre, tendenze che invertono il processo di impoverimento del lavoro domestico e, naturalmente, altre che apportano e definiscono nuove possibilità per il lavoro della donna nell’economia globale. Esaminando tali nuovi situazioni e processi potremo comprendere in che maniera e in che misura si va aprendo il cammino della donna e della famiglia verso l’economia di solidarietà e lavoro.
L’«invisibilità» che hanno raggiunto l’economia e il lavoro domestico si deve al fatto che le attività e i flussi che non passano per il mercato di scambi non hanno espressioni monetarie; da ciò deriva anche la difficoltà di valutarne la grandezza e quantificarli. Il feticismo del denaro (secondo cui vale solamente ciò che ha un prezzo monetario) si associa al feticismo della quantità (secondo cui esiste soltanto ciò che può essere quantificato ed espresso in formule matematiche), creando una particolare difficoltà nell’identificare il contenuto specificamente economico di molte attività e lavori domestici.
In ragione di ciò possiamo considerare importante per lo sviluppo dell’economia familiare la tendenza a riconoscere il lavoro domestico come vero lavoro, tendenza che si sta manifestando in conseguenza di una certa rivendicazione femminista. Lo sforzo che si fa per quantificare l’economia domestica, per misurare l’incidenza del lavoro della donna in casa sul prodotto globale, e per comparare la sua produttività con quella degli altri settori economici, rende visibile l’economia familiare e la valorizza economicamente, con il conseguente recupero della sua dignità.
Possiamo fornire alcuni dati illustrativi. In Francia, secondo uno studio realizzato nel 1980 da Annie Fouquet, vengono impiegate nel lavoro domestico 53 miliardi di ore all’anno, e soltanto 39,5 miliardi nel lavoro salariato. In Cile uno studio condotto da Lucia Pardo nel 1983 ha rivelato che il lavoro delle donne di casa, misurato in base ai prezzi che hanno sul mercato gli stessi beni e servizi (cucinare, pulire, fare il bucato, fare la spesa, assistere anziani e malati, ecc.), corrisponde al 15% del PIL e sale al 30% se si considera il prodotto generato da altri membri della famiglia in attività domestiche. Negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito è stato calcolato, con una metodologia simile, che il contributo delle donne con il loro lavoro domestico ammonta a circa il 22% del PIL. Le cifre sono realmente impressionanti.
Ora, se dai dati quantitativi passiamo a considerare gli aspetti qualitativi del modo di essere del lavoro e dell’economia familiare, prenderemo coscienza della vera importanza di quest’ultima, comprenderemo la sua razionalità altamente solidale, apprezzeremo la qualità dei beni e dei servizi incomparabilmente superiore a quella degli equivalenti o dei sostituti che offre il mercato. Ci renderemo definitivamente conto del significato dell’economia familiare nei termini della qualità di vita che offre.
La presenza di solidarietà nell’economia domestica non richiede quasi spiegazione. La cooperazione nel lavoro e la comunità nel consumo dei beni e dei servizi sono evidenti. L’economia domestica si svolge tradizionalmente in base a rapporti di cameratismo e di convivialità al più alto livello di integrazione: tra i membri della famiglia non soltanto esistono rapporti solidali ma, ancor più strettamente, si manifesta l’unità intima che risulta dall’amore e dalla consanguineità. Come ha osservato Hegel, «il matrimonio non è, nella sua base essenziale, un rapporto contrattuale, ma al contrario, proprio un uscire dal punto di vista contrattuale che è tipico delle personalità indipendenti nel loro individualismo, per annullarlo». Alla base della formazione del gruppo familiare vi è una libera decisione di due persone autonome che acconsentono a unire le proprie esistenze individuali e che formano una comunità indipendente, riconosciuta socialmente, che si amplia poi in modo naturale con i figli senza che tra questi ultimi e i loro genitori ci sia alcun contratto, includendo anche spesso altri rapporti di parentela naturale o politica. Flussi di donazione e di reciprocità si verificano costantemente tra i membri dell’unità familiare, consolidando così il carattere solidale dell’integrazione economica della famiglia in senso ampio. Nella famiglia nucleare e perfino al di là di essa scompaiono spesso le proprietà individuali, e si costituisce un patrimonio familiare il cui possesso e uso sono condivisi da tutti i membri del gruppo in funzione delle necessità di ciascuno e della famiglia come tale.
Un aspetto nel quale i rapporti caratteristici dell’economia solidale sono contraddetti dall’attuale conformazione della famiglia è la divisione del lavoro tra uomini e donne, in quanto definita non da ragioni tecniche, ma in base a ruoli assegnati da motivi legati al sesso. Abbiamo già visto come tale divisione di ruoli è in gran parte risultato dell’influenza esercitata sulla famiglia dalle trasformazioni economiche che si verificarono con la diffusione del lavoro salariato nell’economia industriale. In conseguenza di queste stesse trasformazioni si avverte anche nella famiglia moderna una riduzione dell’ambito in cui vigono rapporti di cameratismo, oltre alla penetrazione all’interno dell’economia domestica di forme di rapporti di scambio e di un’accentuazione del senso di proprietà individuale su numerosi beni.
È interessante osservare che questi aspetti non solidali sono in qualche misura contraddittori con la natura stessa della famiglia, di modo che in essa e a motivo della sua stessa integrazione e sviluppo, hanno cominciato ad apparire tendenze orientate a invertirli. In questo senso, molte rivendicazioni femministe costituiscono una reazione contro distorsioni della famiglia, per cui è auspicabile che almeno in parte possano trovare adeguata soddisfazione nell’ambito dell’economia di solidarietà e specificamente nell’ampliamento e nel recupero del contenuto economico della famiglia.
Vale la pena sottolineare, inoltre, che sono in corso una serie di fenomeni culturali, sociali ed economici che incidono sull’ampliamento degli spazi dell’economia familiare e dei rapporti di cameratismo in essa. Tra tali fenomeni possiamo citare l’incremento della disoccupazione strutturale nell’economia eteronoma, la riduzione della giornata lavorativa e la diminuzione dell’età di pensionamento che liberano forza lavoro, la quale si disloca verso l’economia domestica. Ciò dà luogo alla formazione di numerose microimprese familiari o all’esecuzione di lavori e servizi che generano entrate complementari alla famiglia.
Un altro fenomeno che contribuisce all’espansione dell’economia familiare è in relazione allo sviluppo tecnologico, che ha introdotto all’interno della casa un insieme di macchine elettrodomestiche ed elettroniche che prestano servizi efficienti e facilitano il lavoro domestico. Conseguenza diretta di ciò è l’incremento della produttività del lavoro familiare, che in tal modo tende a diventare un’alternativa di occupazione efficiente della forza lavoro disponibile. Oltre a questo, va menzionato lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, dell’informatica e dei personal computer, che aprono nuove vie di soluzione di problemi e forme di lavoro che può essere realizzato senza uscire di casa. In base a ciò si stanno aprendo dimensioni completamente inedite all’economia familiare, che sarà utile esplorare e analizzare.
D’altro canto, si stanno verificando cambiamenti culturali accelerati soprattutto nel rapporto tra i sessi e tra genitori e figli, che portano a condividere compiti e lavori domestici, integrando nell’economia familiare una maggior quantità e varietà di forza lavoro. Aumenta la partecipazione degli uomini in attività che fino a poco tempo fa erano considerate di principale responsabilità della donna e si diffonde la realizzazione domestica di alcuni particolari lavoro (il famoso «fai da te» o bricolage), che producono beni alternativi a quelli del mercato.
Questo insieme di fenomeni si manifesta con diversa intensità nei vari settori sociali. Pur verificandosi in tutti gli strati, si nota che l’economia familiare tende a svilupparsi più rapidamente nei settori popolari di minor reddito, dove le esperienze di economia di solidarietà raggiungono maggior sviluppo e in cui il ruolo più rilevante spetta alla donna. Possiamo proporre una spiegazione strettamente economica di questo fatto. 
La decisione di lavorare in modo salariato (nell’economia eteronoma) o in forma autonoma (nell’economia domestica) viene solitamente presa in base ai costi e ai benefici relativi a ciascuna scelta. Nei settori popolari e particolarmente tra le donne, le entrate che è possibile aspettarsi dal lavoro salariato sono solitamente basse, mentre i costi implicati da tale scelta sono elevati per via delle spese di trasposto e dell’impossibilità di sostituire il proprio lavoro domestico con lavoro esterno. Affinché sia redditizio scegliere il lavoro salariato è necessario che le entrate che se ne ottengono superino i costi di trasporto, vestiario, alimentazione fuori casa e altre spese relative, più i costi che comporta il sostituire (acquistando sul mercato) quei beni e servizi che non possono più essere realizzati in casa. Nella misura in cui il lavoro domestico aumenta la sua produttività per le ragioni sopra elencate, tende a farsi meno interessante per la donna comune accedere a un lavoro salariato esterno, specialmente quando – come avviene in molti casi – il lavorare in un’impresa implica un significativo incremento dello sforzo globale che ella compie, poiché entrambi i lavori tendono a sommarsi in un tempo che risulta oltretutto ridotto perché necessariamente va in parte destinato allo spostamento tra la casa e l’impresa. Perciò nei settori popolari e in particolare per le donne, la partecipazione a forme economiche familiari, e ancor più se si effettua in unità economiche associative situate vicino casa (che offrono altre soddisfazioni e benefici extraeconomici), risulta un’alternativa altamente conveniente.

Numerosi sono, dunque, i motivi e le situazioni che aprono strade che conducono all’economia di solidarietà, a partire dalla situazione in cui si trovano oggi la donna e la famiglia e dalla loro ricerca di una maggiore realizzazione.