Necessità di un nuovo concetto di sviluppo
Una sesta strada che orienta verso la prospettiva dell’economia di solidarietà nasce dalla preoccupazione per lo sviluppo economico. L’identificazione e implementazione di una via o strategia di sviluppo è la principale delle questioni che hanno interessato gli economisti e in generale i settori direttivi delle nostre società dal momento in cui si è consolidata nel mondo la divisione tra Paesi altamente industrializzati, centrali e moderni da un lato e Paesi con bassa industrializzazione, periferici e arretrati dall’altro. Una situazione che distingue livelli e qualità di vita delle persone, gradi di importanza dei Paesi sullo scenario internazionale, diverse possibilità di far fronte alle grandi sfide del futuro. Una situazione in cui, come ha detto Giovanni Paolo II nella sua enciclica Sollicitudo Rei Socialis, «l’unità del genere umano è seriamente compromessa».
La questione dello sviluppo economico ha dato luogo a diverse interpretazioni e opzioni, ma si è incentrata soprattutto sul problema dei mezzi, dei modelli e delle strategie che vanno attuate per raggiungerlo. In tale dibattito varie enfasi sono state poste riguardo al tipo di organizzazione economica in grado di promuoverlo più efficacemente, ai settori che ne possono essere i «motori» o propulsori, al ruolo che, nel perseguimento dello sviluppo, compete allo Stato e al settore imprenditoriale privato, alla preminenza che va data all’educazione, alla tecnologia, alla produzione, ai servizi, alla sanità, ecc. Ma, in linea generale, non si è discusso molto sul significato e i contenuti principali dello sviluppo, sulla meta da raggiungere, assumendo implicitamente e acriticamente come obiettivo la situazione raggiunta in Paesi e regioni considerati sviluppati.
Da un po’ di tempo si è iniziato a parlare, invece, della necessità di un «altro sviluppo», di uno sviluppo alternativo, ponendo con maggior enfasi la questione del senso e della finalità dello sviluppo desiderato.
Che sia necessaria una strategia alternativa di sviluppo per i nostri Paesi è reso evidente dal fallimento delle strategie conosciute e applicate, che sono state numerose e varie. Ciò che invece necessita un maggior chiarimento è il fatto che il concetto di «alternativo» si riferisce non soltanto alla strategia, al modello e alla via per raggiungere lo sviluppo, ma anche alla meta e al concetto stesso di sviluppo.
La ricerca di un nuovo concetto di ciò che è lo sviluppo, dell’obiettivo da raggiungere, deriva da varie e serie considerazioni. In primo luogo, dal fatto che lo sviluppo raggiunto dai Paesi avanzati implica e presuppone una divisione internazionale del lavoro e termini di scambio internazionali che stabiliscono strutturalmente la subordinazione e la dipendenza di grandi regioni del mondo. Queste ultime costituiscono mercati subordinati fornitori di materie prime, forza lavoro, input e prodotti a basso costo e, in tal modo, hanno contribuito sostanzialmente allo sviluppo degli altri e continuano in gran misura a sostenerlo. Se è così – e vi sono abbondanti prove empiriche a conferma di ciò – lo stesso tipo di sviluppo non sarebbe possibile per tutto il mondo, poiché quello dei Paesi sottosviluppati richiederebbe l’esistenza di un altro mondo a sua volta dipendente da essi che renda tale sviluppo possibile e duraturo, il che ovviamente non è realistico.
Ma la necessità di un altro concetto di sviluppo sorge non soltanto da questa impossibilità che potremmo denominare tecnico-economica, ma anche dal considerare quello che avverrebbe nel mondo se tutti i Paesi raggiungessero effettivamente il tipo e il livello di sviluppo che hanno attualmente raggiunto i Paesi industrializzati. Semplicemente, tale situazione sarebbe insostenibile dal punto di vista ecologico. La quantità di risorse naturali, di energie e di prodotti elaborati in un mondo interamente industrializzato si moltiplicherebbe grandemente rispetto ai livelli attuali, con il conseguente aggravarsi a livelli esponenziali del degrado ambientale e degli squilibri ecologici. Ecco dunque che fa la sua comparsa, come questione decisiva, la formulazione del concetto di «sviluppo ecologicamente sostenibile», che non può essere altro che un tipo di sviluppo qualitativamente diverso da quello conosciuto.
Un’altra importante ragione per cercare uno sviluppo diverso da quello seguito dai Paesi industrializzati ha origine nella crescente presa di coscienza dell’insoddisfazione che esso provoca nelle persone e nelle società che, dopo lunghi sforzi, lo hanno raggiunto. Il tipo di sviluppo ottenuto risulta unilaterale, non è orientato alla soddisfazione di tutti i bisogni e le aspirazioni dell’essere umano, e anche se conduce a quello che si suole considerare un livello di vita elevato, non assicura una vera qualità di vita. Questa insufficienza e limitatezza dello sviluppo è stata espressa in maniera profonda, esatta e forte da Giovanni Paolo II nella già citata Sollicitudo Rei Socialis: «Il panorama del mondo odierno, compreso quello economico, anziché rivelare preoccupazione per un vero sviluppo che conduca tutti verso una vita “più umana” sembra destinato ad avviarci più rapidamente verso la morte» (n. 24). Situazione che è collegata a un «concetto errato e perverso del vero sviluppo umano» (n. 25). Dopo averci fatto osservare che «lo sviluppo non è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, come se, a certe condizioni, il genere umano debba camminare spedito verso una specie di perfezione indefinita» (n. 27), ci dice che «la pura accumulazione di beni e di servizi, anche a favore della maggioranza, non basta a realizzare la felicità umana. […] Dovrebbe essere altamente istruttiva una sconcertante constatazione del più recente periodo: accanto alle miserie del sottosviluppo, che non possono essere tollerate, ci troviamo di fronte a una sorta di supersviluppo, egualmente inammissibile, perché, come il primo, è contrario al bene e alla felicità autentica. Tale supersviluppo, infatti, consistente nell'eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali, rende facilmente gli uomini schiavi del “possesso” e del godimento immediato, senza altro orizzonte che la moltiplicazione o la continua sostituzione delle cose, che già si posseggono, con altre ancora più perfette. È la cosiddetta civiltà dei “consumi”, o consumismo, che comporta tanti “scarti” e “rifiuti”. […] Tutti noi tocchiamo con mano i tristi effetti di questa cieca sottomissione al puro consumo: prima di tutto, una forma di materialismo crasso, e al tempo stesso una radicale insoddisfazione, perché si comprende subito che – se non si è premuniti contro il dilagare dei messaggi pubblicitari e l'offerta incessante e tentatrice dei prodotti – quanto più si possiede tanto più si desidera mentre le aspirazioni più profonde restano insoddisfatte e forse anche soffocate» (n. 28).
Gli obiettivi di uno sviluppo desiderabile
Come è stato dunque concepito lo sviluppo nei nostri Paesi e in che modo si è preteso di raggiungerlo? Qual è il concetto di sviluppo che è necessario sottoporre a un’analisi critica e sostituire con un altro? Adottando come modello di economia sviluppata quella che si osserva nelle regioni ad alta concentrazione industriale, si è diffusa nei nostri Paesi l’idea che lo sviluppo consista fondamentalmente in un processo di industrializzazione su vasta scala, che suppone, e al tempo stesso implica, un sostanziale accumulo di capitale, e i cui elementi propulsori sarebbero una classe imprenditoriale o lo Stato (o una combinazione dei due), intesi come agenti organizzatori delle attività produttive principali e più dinamiche. Nella sua realtà concreta (quella che si osserva nei Paesi sviluppati), lo sviluppo è ben più di questo ed è stato raggiunto con politiche diverse da quelle menzionate; ma è così che può esser sintetizzato il modo di intendere solitamente lo sviluppo nei Paesi che ne sono carenti e le modalità attraverso cui hanno cercato di raggiungerlo.
Così concepito lo sviluppo, si è supposto che per raggiungerlo è necessario: a) promuovere l’industrializzazione, in particolare la creazione di grandi industrie, destinando a tal fine la maggior quantità di risorse possibili, anche se vanno sottratte ad altri settori, come per esempio, l’agricoltura e i servizi; b) compiere particolari sforzi per accumulare capitali, il che implica la riduzione del consumo e l’aumento del risparmio in vista del relativo utilizzo in grandi opere di investimento, specialmente nel settore industriale; c) creare un ambiente economico, giuridico e tributario che stimoli in vari modi l’attività economica degli imprenditori e dello Stato, affinché effettuino investimenti con il massimo di garanzie di redditività e facilitino in vari modi l’ottenimento di utili alti; d) incentivare in particolare i settori di attività ritenute più dinamiche, che utilizzano tecnologie più avanzate o «di punta».
Come superare un punto di vista così diffuso e radicato? E, soprattutto, quale altra concezione di sviluppo possiamo proporre? L’economia, incentrata sullo studio dei mezzi più che dei fini, non sembra essere la scienza in grado di chiarirci l’obiettivo dello sviluppo. Forse la pura ragione naturale e il senso comune possono indicarci ciò che dobbiamo perseguire. Per non entrare quindi in una complicata disquisizione terminologica su ciò che è o non è lo sviluppo, pensiamo piuttosto a che cosa desideriamo come meta e ideale di società dal punto di vista del suo potenziale economico e a ciò diamo il nome di sviluppo.
Probabilmente concorderemo su una società in cui i bisogni fondamentali di tutti siano adeguatamente soddisfatti. Ma non ci fermeremo qui, e desidereremo anche che altri bisogni e aspirazioni più raffinati e superiori vengano ugualmente soddisfatti, in modo differenziato a seconda delle diverse motivazioni e gusti personali e di gruppo. Spereremo che non ci sia disoccupazione forzata, ma un utilizzo pieno ed efficiente delle risorse umane e materiali, e che i lavoratori siano esonerati dalle forme di lavoro più pesanti. Penseremo a una società in cui i rapporti sociali siano a favore dell’integrazione, in cui non esista lo sfruttamento di alcuni da parte di altri né un’eccessiva conflittualità sociale. Tuttavia, non ci riterremo ancora soddisfatti di tutto questo, ma aspireremo a elevati livelli di educazione, a una sanità migliore, a un eccellente sistema di comunicazioni sociali, al miglior equilibrio ecologico e sociale e a una qualità di vita superiore. E ancora non ci considereremo veramente sviluppati se la soddisfazione di tutti questi bisogni e aspirazioni resta soggetta a fattori esterni che non controlliamo, o se dipendiamo da altri in relazione a questo livello e a una simile qualità di vita; in tal senso, aspiriamo a controllare le nostre stesse condizioni di vita, il che implica che avremo sviluppato le nostre peculiari capacità di soddisfare i bisogni che percepiamo.
Si obietterà forse che queste mete sono eccessivamente ambiziose e che non sono alla nostra portata. Ma non è questo il problema, perché quando cerchiamo di definire il fine o l’obiettivo da perseguire ciò che ci interessa individuare è la direzione verso cui dobbiamo avanzare. Infatti, in relazione a ciascuno degli aspetti sopra menzionati, qualcosa abbiamo e qualcosa o molto ci manca, e svilupparci consiste nell’avanzare verso il conseguimento dello scopo, nel raggiungere posizioni di maggior realizzazione riguardo a ciascuno degli obiettivi desiderati. Identificati gli obiettivi e la direzione del processo, la questione da porsi ora riguarda il modo in cui possiamo avanzare meglio, più sicuramente e rapidamente verso di essi.
Non si raggiunge lo sviluppo mediante l’industrializzazione né con la concentrazione di capitali
Anche se prescindiamo dall’assillante dubbio circa il grado in cui queste mete sono state raggiunte nelle società industriali, dobbiamo forse chiederci se nei Paesi sottosviluppati possiamo approssimarci alla loro realizzazione mediante la destinazione prioritaria delle risorse disponibili all’accelerazione di un processo di industrializzazione, mediante l’accumulo di capitali e il privilegio di gruppi imprenditoriali ritenuti i più dinamici. In realtà non è difficile percepire che tali cammini ci allontanano invece di avvicinarci allo sviluppo così come lo abbiamo concepito. Possiamo vederlo in relazione a ciascuna delle qualità dello sviluppo desiderato che abbiamo annotato.
Infatti, le direzioni principali dell’industrialismo non si sono orientate alla soddisfazione delle necessità fondamentali, ma di quelle più sofisticate che richiedono prodotti di maggior elaborazione e complessità, a cui hanno accesso soprattutto i gruppi sociali con redditi alti. Una politica orientata alla soddisfazione dei bisogni fondamentali dovrebbe privilegiare altri rami dell’economia, come l’agricoltura, l’allevamento, la costruzione di abitazioni e i servizi, per soddisfare i bisogni di alimentazione, alloggio, salute, educazione e comunicazione di tutta la popolazione. L’industrialismo acquista senso una volta che questi bisogni fondamentali di tutti sono stati ragionevolmente soddisfatti.
Se l’obiettivo è un popolo ben nutrito, in buona salute, colto, con buone forme di comunicazione, che vive in alloggi degni, bisogna orientare la produzione e l’attività economica direttamente a ciò e non aspettarsi che risulti da un eventuale effetto “di sgocciolamento” che può avere lo sviluppo industriale, soprattutto se per accelerarlo hanno dovuto essere trasferite risorse dalla campagna alla città e dagli altri settori all’industria.
Aggiungiamo a quanto già detto il fatto che mediante la produzione in serie e standardizzata dell’industria, difficilmente si risponde in maniera adeguata a quella varietà di bisogni, aspirazioni e gusti differenziati che hanno le persone, e tanto meno ai loro bisogni di ordine superiore, culturali e relazionali. Questo obiettivo può essere ottenuto molto meglio da un artigianato moderno e tecnologicamente avanzato e da una struttura di servizi decentrata e strettamente vincolata agli ambienti in cui la gente vive e crea le proprie comunità locali.
L’industrializzazione non è nemmeno un cammino efficiente per creare posti di lavoro e per giungere alla piena occupazione delle risorse umane e materiali. Ancor meno se di essa si privilegiano quei settori considerati più dinamici e tecnologicamente avanzati. Di tutti i settori, la grande industria è quella che occupa la quantità minore di forza lavoro per unità di capitale. Al contrario, quegli stessi settori che si orientano più direttamente alla soddisfazione dei bisogni fondamentali e alla creazione di servizi fondamentali, sono i più “intensivi” nell’impiego di lavoro umano.
In società in cui scarseggia il capitale e abbonda la forza lavoro, privilegiare attività ad alta intensità di capitale e che occupano poca forza lavoro significa fare un uso inefficiente delle risorse. Questo vale anche per il fattore tecnologico, perché in economia quando si privilegia un fattore si sacrificano gli altri. Privilegiare la tecnologia più sofisticata e di punta implica basare lo sviluppo sulla conoscenza e l’informazione posseduta da gruppi molto ridotti di persone altamente specializzate e inibire le possibilità di utilizzo o rifiutare di fatto il sapere e le conoscenze della maggioranza della popolazione.
Concentrare l’attività produttiva in grandi unità imprenditoriali comporta ugualmente il fatto che siano pochi i soggetti che prendono decisioni, che organizzano i processi e dai quali dipende la vita di tutti. La stragrande maggioranza delle persone resta soggetta alle opportunità che quei pochi organizzatori di grandi unità economiche offrono loro, poiché anche le loro entrate fondamentali dipendono dal fatto che essi possano o vogliano offrire loro un posto di lavoro. Niente di più lontano da quella auto-dipendenza o controllo delle proprie condizioni di vita che si raggiunge mediante l’utilizzo delle proprie capacità di soddisfare i bisogni personali.
A conclusioni simili possiamo giungere analizzando gli altri elementi dello sviluppo desiderato. L’esperienza insegna che l’industria non è fonte di integrazione sociale né di vita comunitaria, mentre è solitamente fonte di massificazione ed elevata conflittualità tra gruppi sociali. L’industrializzazione non elimina lo sfruttamento del lavoro e le società industriali si distinguono per i gravi squilibri ecologici, demografici e sociali. Questi fenomeni sono ancora più evidenti nei Paesi sottosviluppati dove lo sforzo per accelerare l’industrializzazione porta a concentrare la popolazione in poche ma gigantesche città. E, in generale, non esistono nemmeno ragioni sufficienti per associare all’industrializzazione moderna lo sviluppo dell’educazione, della sanità, della cultura, delle comunicazioni e di una migliore qualità di vita.
Oltre a dissociare lo sviluppo dall’industrializzazione, è necessario distinguerlo anche dal processo di accumulazione di capitali, con cui viene spesso identificato. In realtà, tale identificazione non è altro che una conseguenza dell’aver precedentemente considerato lo sviluppo come industrializzazione, poiché è quest’ultimo il processo che richiede consistenti livelli di accumulo e concentrazione di capitali, sia nelle mani di imprenditori privati che dello Stato, per effettuare grandi e costosi investimenti.
Nel limitato spazio di questa esposizione non possiamo soffermarci sull’argomentazione analitica necessaria per precisare il rapporto esistente tra sviluppo e capitalizzazione. Ci limiteremo a sostenere che una società è sviluppata non perché dispone di capitali abbondanti, ma perché è riuscita a estendere le potenzialità dei soggetti economici che ne fanno parte. Ciò richiede beni economici concreti e un’adeguata dotazione di risorse materiali e finanziarie; ma più importante di questi sono lo sviluppo delle capacità umane, l’apprendimento dei modi di fare le cose, le conoscenze necessarie per organizzare e gestire i processi, il sapere scientifico e tecnologico disponibile e il suo grado di diffusione nella società, l’accumulo di informazioni sempre più complesse, l’organizzazione efficiente delle attività da parte dei soggetti che devono utilizzare le risorse sociali disponibili.
Per sviluppare tutto questo sono certamente necessari finanziamenti e capitali; ma non concentrati in poche mane, bensì socialmente disseminati in tutta la società, distribuiti in piccole proporzioni tra numerosi soggetti – persone, associazioni, comunità – che possiedono capacità creative, organizzative e imprenditoriali, molte delle quali restano inattive là dove i capitali sono concentrati nelle mani di pochi e l’attività produttiva si realizza preferibilmente in grandi industrie.
Più che capitali, lo sviluppo richiede la formazione di nuovi comportamenti, di determinati stili di condotta, di gradi sempre maggiori di organizzazione sociale, richiesti dalla moltiplicazione delle informazioni e dalla crescente complessità delle strutture. L’espansione delle capacità di ognuno richiede che tutti abbiano accesso alle risorse finanziarie indispensabili per realizzare i propri progetti e iniziative. In altre parole, lo sviluppo esige che i capitali siano messi a disposizione delle persone, e non che queste ultime si orientino verso l’accumulo di capitali sacrificando spesso i propri bisogni e aspirazioni di perfezionamento. Siamo così in condizione di comprendere gli speciali contributi che l’economia di solidarietà può apportare allo sviluppo.
L’economia di solidarietà nella prospettiva dello sviluppo desiderato
Altro sviluppo significa altra economia. Esaminiamo, dunque, in che senso e in che modo l’economia di solidarietà può costituire quell’altra economia il cui utilizzo conduca allo sviluppo desiderato.
Uno sviluppo alternativo implica, prima di tutto, lo sviluppo dei settori sociali meno sviluppati economicamente. E non soltanto di questi, ma della società nel suo insieme in base alla direzione indicata dal concetto e dagli obiettivi dello sviluppo desiderabile. Vedremo come in ambo i sensi l’economia di solidarietà si presenta come un cammino appropriato che può dare un contributo sostanziale, indispensabile ed efficiente. Per comprenderlo possiamo confrontare la razionalità e le caratteristiche proprie dell’economia di solidarietà con quegli elementi che definiscono il senso e gli obiettivi dello sviluppo desiderato, o anche viceversa, trarre dagli obiettivi e dagli elementi dello sviluppo desiderato quei modi di fare economia che più direttamente conducano alla sua realizzazione.
L’obiettivo della soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutti richiede una distribuzione giusta ed equa della ricchezza, che può essere ottenuta soltanto con la massima partecipazione di tutti. Ad ogni modo, ci saranno sempre determinate persone e gruppi che non hanno la possibilità di partecipare efficacemente alla produzione, ma non per questo devono restare esclusi dai benefici dell’economia, perché anche loro hanno diritto di vivere.
D’altra parte, affinché la soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutta la popolazione possa essere garantita, è necessario che una notevole parte dell’attività si orienti alla produzione di quei beni e servizi che li soddisfino, il che a sua volta richiede che le persone possano convertire i propri bisogni in domande effettive che incidono sulle decisioni relative a che cosa produrre e per chi farlo. Niente di tutto questo si può ottimizzare se gli agenti economici decidono e agiscono esclusivamente in funzione del proprio beneficio e interesse individuale. La soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutti esige, al contrario, che i soggetti economici possano assumere come propri anche i bisogni altrui, in particolare dei più poveri.
Una dose consistente di solidarietà nella produzione, distribuzione, consumo e accumulo diventa quindi necessaria, sia a livello macroeconomico sia nelle singole unità e nel comportamento dei vari agenti economici. Per procedere verso questo obiettivo un contributo rilevante è dato dalle esperienze che si propongono in particolare di superare la povertà mediante l’utilizzo delle capacità e delle risorse degli stessi gruppi che affrontano gravi problemi di sussistenza
L’obiettivo della soddisfazione di altri bisogni, differenziati in funzione delle aspirazioni e dei desideri delle diverse persone e gruppi e in particolare di quei bisogni superiori quali quelli relativi alla convivenza e al rapporto con gli altri, alla partecipazione e integrazione comunitaria, allo sviluppo umano integrale, al perfezionamento culturale e spirituale, pone anche esigenze di solidarietà nell’economia. Gran parte di questi bisogni, infatti, possono essere soddisfatti mediante la stessa realizzazione comunitaria e associativa del lavoro, della gestione, del consumo e delle altre attività economiche.
D’altro lato, è necessario che l’economia offra beni e servizi adatti a soddisfare le necessità e le aspirazioni differenziate delle persone, il che richiede che i produttori definiscano ciò che producono e per chi producono, rispettando le esigenze delle persone, e non imponendo loro prodotti standardizzati definiti in funzione del massimizzare la redditività del capitale investito. Le idee del «lavoro per il pane» o del «lavoro per un fratello», del «lavoro realizzato in amicizia» che chiaramente identificano il senso di un’economia coerentemente solidale, si dimostrano anche rappresentative della ricerca di questa dimensione dello sviluppo desiderato.
Un altro elemento dello sviluppo al quale le forme economiche alternative e solidali possono contribuire significativamente si riferisce all’incremento della disponibilità generale di risorse e in particolare al conseguimento di sempre maggiori livelli di impiego della forza lavoro e degli altri fattori economici. Un’interessante qualità dell’economia di solidarietà e lavoro consiste proprio nella sua capacità di mobilitare risorse inattive, in particolare forza lavoro. Ciò diventa economicamente realizzabile perché le organizzazioni solidali operano con minori costi di fattori e perché i loro membri possono apportare e ottenere valori e benefici di altro tipo, che aumentano la produttività e formano parte del beneficio globale.
Queste stesse unità economiche mettono in moto capacità creative, organizzative e di gestione che si trovano socialmente disseminate e che non sono mai state utilizzate economicamente. Il sapere e la creatività popolare sono fonte di tecnologie appropriate alle richieste dell’economia di solidarietà e lavoro, e il loro utilizzo amplia le capacità organizzative e di gestione che naturalmente le persone e i gruppi associativi possiedono. Inoltre l’economia solidale utilizza un fattore speciale, che abbiamo denominato «fattore C» e che consiste nel fatto che la cooperazione, il cameratismo, il senso di comunità e la solidarietà presenti nelle imprese incrementano la loro produttività globale per effetto della collaborazione nel lavoro, dello scambio fluido di informazioni e conoscenze, dell’adozione partecipativa delle decisioni, dell’impegno nei confronti dell’impresa che determina l’appartenenza a una comunità di lavoro che si considera propria, e così via.
Tutto questo rende l’economia di solidarietà operante intorno a un punto nodale di qualsiasi strategia di sviluppo, ogni volta che questo, come afferma A. O. Hirschman, «non dipende tanto dal saper trovare le combinazioni ottimali di risorse e fattori dati, quanto dal conseguire ai fini dello sviluppo quelle risorse e capacità che si trovano nascoste, disseminate o mal utilizzate» (da La estrategia del desarrollo ecónomico, F. C. E., pag. 16).
Un altro obiettivo dello sviluppo possiamo identificarlo nei rapporti sociali integranti che non sono basati sullo sfruttamento di alcuni da parte di altri, né sono causa di un’eccessiva conflittualità sociale. Ciò è talmente consustanziale all’economia di solidarietà che poco possiamo aggiungere, se non segnalare che qualsiasi incremento della solidarietà nelle diverse fasi del processo economico implica naturalmente rapporti sociali superiori e più armonici.
In quanto al raggiungimento di migliori livelli di educazione, sanità e comunicazioni sociali è necessario evidenziare che è proprio riguardo alla produzione dei servizi necessari a soddisfare tali bisogni che l’economia di solidarietà risulta avere speciali vantaggi comparativi. Si tratta di bisogni che hanno la qualità assai particolare di coinvolgere nella loro soddisfazione la comunità di cui le persone fanno parte e che, di conseguenza, vengono soddisfatti in comunità e in gruppi meglio che individualmente.
L’educazione è di solito un processo di gruppo non soltanto in quanto viene solitamente realizzata in gruppi o corsi, ma, più profondamente, in quanto lo stesso gruppo in cui si realizza costituisce un componente dello stesso processo educativo. Noi, in quanto persone, ci sviluppiamo a vicenda, apportando le une alle altre qualità, conoscenze e abilità che ciascuno ha più o meno ampiamente o profondamente utilizzato.
In campo sanitario avviene qualcosa di simile: lo stato di buona salute di ciascuno dipende da quello di coloro con cui si convive e dall’igiene comunitaria e ambientale; al contrario, ciascuno spesso può contribuire alla salute degli altri al tempo stesso e mediante i medesimi mezzi con cui si preoccupa della propria.
Per quanto riguarda i bisogni di comunicazione, si tratta per definizione di qualcosa che si soddisfa nel rapporto tra gli uni e gli altri, il che si perfeziona notevolmente quando si istaura in modo solidale e comunitario.
In altre parole, tanto nella produzione di fattori che soddisfino adeguatamente tali bisogni sociali, quanto nel loro utilizzo e consumo, l’economia di solidarietà presenta vantaggi comparativi importanti rispetto agli altri settori. A questo va aggiunto che lo stesso elemento solidale o comunitario ha la particolarissima caratteristica di espandere e approfondire tali necessità o aspirazioni da parte di persone e comunità, per cui ci si può aspettare un incremento delle stesse che attivi la produzione dei fattori di soddisfazione adeguati, mediante lo sviluppo di forme economiche in cui la solidarietà sia presente in modo significativo.
Quanto agli obiettivi dell’equilibrio ecologico e di una superiore qualità di vita, anch’essi esigono la presenza di livelli crescenti di solidarietà e di integrazione comunitaria; ma questo tema sarà affrontato ampiamente nel prossimo capitolo.
L’ultimo elemento che consideriamo nel nostro concetto di sviluppo desiderato si riferisce all’autonomia nella soddisfazione dei bisogni, che si raggiunge nella misura in cui sviluppiamo le nostre capacità per soddisfarle. Tale indipendenza rispetto a fattori esterni e al conseguente controllo delle nostre condizioni di vita trova nell’economia di solidarietà un’importante possibilità di realizzazione. Infatti, l’economia di solidarietà e lavoro coinvolge le persone e le comunità come attori del proprio sviluppo.
Ciò acquisisce particolare rilevanza in funzione dello sviluppo dei gruppi sociali meno evoluti economicamente, perché il modo più efficace di affrontare i problemi dei più poveri è quello di promuovere solidariamente la nascita di organizzazioni e unità economiche popolari incentrate sul lavoro e la solidarietà, sulla possibilità che gli stessi soggetti colpiti da problemi di sussistenza cerchino la soddisfazione dei propri bisogni fondamentali mediante l’organizzazione e l’utilizzo di iniziative creative e comunitarie. Più che sussidi di disoccupazione, di alloggio, di sanità, di alimentazione che impiegano risorse in modo non molto efficace e che non coinvolgono personalmente i beneficiari nel superamento dei loro problemi, è conveniente privilegiare soluzioni partecipative e comunitarie, tali che le stesse persone in condizioni di bisogno impieghino le proprie energie creative nella soluzione dei loro problemi. In tal modo, diventano padroni del proprio destino e soddisfano i propri bisogni con il loro impegno personale, crescono umanamente e si integrano effettivamente nella vita della società.
In questo modo l’economia di solidarietà e lavoro trasforma le persone, le loro associazioni e gruppi di appartenenza in agenti fondamentali dello sviluppo alternativo. In base al concetto di questo altro sviluppo, scompare l’idea secondo cui esisterebbero determinati soggetti privilegiati che si costituiscono in motori che è necessario fornire di maggiori risorse in funzione della loro presunta superiore efficienza. Esiste piena evidenza del fatto che i benefici dello sviluppo ricadono per la maggior parte su coloro che li realizzano; ma se è vero che lo sviluppo è tale soltanto se coinvolge la società nel suo insieme, se si tratta, come si afferma nella già citata enciclica, dello «sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini», esso non può compiersi senza la partecipazione di tutti come attori economici rilevanti. Questo è esattamente l’orientamento principale dell’economia di solidarietà. Coloro che cercano questo sviluppo perché hanno capito che è l’unico effettivo e conveniente per le nostre società, trovano nell’economia di solidarietà un cammino e un modo appropriato di contribuire alla sua realizzazione.