Versión en PDFI motivi dell’azione di trasformazione
Una quinta strada che conduce all’economia di solidarietà parte da quella «coscienza sociale» che si esprime nell’azione o nella lotta per il cambiamento delle strutture sociali.
Gran parte dell’intelligenza umana è stata impiegata nell’elaborazione di progetti per una «nuova società» e nell’individuazione di vie e strategie per realizzarli. Un gran numero di organizzazioni sociali e politiche si propongono di effettuare trasformazioni nella società o di instaurare nuove relazioni sociali, per cui intraprendono – con vari orientamenti e prospettive ideologiche diverse – un’infinità di azioni e di lotte che coinvolgono numerosi gruppi di persone.
Il pensiero e l’azione di trasformazione sono sempre stati presenti nel corso della storia ed è possibile affermare che in ogni epoca e in ogni società sono esistiti gruppi e movimenti non conformi con il vigente stato di cose che aspirano a una società migliore, più giusta, libera, egualitaria e fraterna. Esiste in qualunque società umana un’energia di trasformazione che genera tensioni, ricerche, azioni e conflitti che danno dinamismo alla società, contrastano l’autocompiacimento dell’ordine costituito e orientano l’esperienza umana verso nuove direzioni. È importante comprendere l’origine di tale energia e le forme in cui essa si manifesta.
In termini generali, l’energia sociale di trasformazione nasce a partire da due elementi che, incontrandosi e fondendosi, la tramutano in movimento e azione sociale. Da un lato ha origine in coloro che, nell’ordine sociale esistente, si trovano in una situazione di debolezza, non hanno accesso alle fonti del potere e della ricchezza e si sentono esclusi, emarginati o subordinati. L’ordine costituito non li favorisce, ne ostacola la crescita e il progresso, concede loro poco spazio e riconoscimento, li costringe in povertà. Non possono adeguarsi a tutto ciò, perché aspirano a qualcosa di più. Emerge in essi un’energia contenuta, di protesta e perfino di ribellione, che scaturisce dal sentimento, dall’interesse e dalla presa di coscienza riguardo alle cause sociali o strutturali della loro situazione di debolezza.
Un’altra energia di trasformazione ha origine da persone e gruppi che non sperimentano sulla propria pelle emarginazioni o ingiustizie, ma che si sentono motivati da idee e valori di ordine superiore; idee e valori che non vedono realizzati nell’ordine sociale costituito e di cui vorrebbero vedere impregnati i rapporti umani e sociali. Confrontando la realtà quale essa è con le idee e i valori che invece mostrano loro come dovrebbe essere, scoprono uno sfasamento che genera in loro un sentimento di insoddisfazione, a partire dal quale valutano la convenienza e la possibilità di cambiare le cose, affinché gli uomini possano meglio realizzarsi e perfezionare la propria qualità di vita. È una ricerca che può essere qualificata come idealistica, ma non per questo necessariamente utopica o irrealizzabile.
Così l’energia di trasformazione stimola al cambiamento e alla trasformazione sociale dal basso, ossia dall’esperienza di coloro che non vivono secondo il livello e la qualità di vita che sono invece concessi ad alcuni dall’ordine vigente, e dall’alto, ossia dall’aspirazione a forme e condizioni di vita superiori a quelle che la società ha già raggiunto.
Queste due energie tendono a incontrarsi e a potenziarsi reciprocamente. Si accostano spontaneamente l’una all’altra perché ne hanno ambedue bisogno per il raggiungimento dei loro obiettivi. I settori colpiti negativamente dall’ordine sociale trovano in coloro che cercano il cambiamento per motivazioni idealistiche le idee e i progetti che danno coerenza e razionalità alle loro lotte e aspirazioni; i secondi, a loro volta, trovano nei primi le basi e le forze sociali che offrono concretezza, radicamento e forza sociale ai loro progetti di trasformazione.
Nell’epoca moderna le principali energie di trasformazione sono state orientate a cambiare il «sistema economico» imperante definito come capitalista, del quale si critica la struttura di valori che esige e diffonde tra le persone e in tutta la società (utilitarismo, individualismo, consumismo, ecc.) e anche gli effetti devastanti che ha sull’organizzazione sociale (divisione in classi sociali, distribuzione regressiva della ricchezza, sfruttamento del lavoro, ecc.), derivanti dalla concentrazione della proprietà e della subordinazione del lavoro al capitale.
Risulta paradossale, tuttavia, il fatto che, pur cercando una trasformazione fondamentalmente economica, l’azione e l’organizzazione tendente a effettuarla si siano canalizzate prevalentemente sul piano politico. Due motivi spiegano tale paradosso.
Uno è che il progetto di organizzazione economica con il quale si è voluto sostituire il capitalismo si è basato sull’idea che lo Stato – istituzione politica per eccellenza – ampli le sue funzioni e i suoi ruoli economici, con lo scopo di sostituire il capitale privato come soggetto della proprietà dei mezzi di produzione e come organizzatore, gestore e regolatore delle principali decisioni e attività economiche.
L’altro motivo è che si è preteso di attuare un cambiamento strutturale o sistemico, che interessi globalmente l’organizzazione economica, il che sembrerebbe possibile da raggiungere solo attraverso l’azione di un soggetto sociale potente, macrosociale, che almeno teoricamente possa essere controllato dai propulsori del cambiamento. Nelle società moderne l’unica realtà che adempirebbe a tali condizioni sarebbe lo Stato, entità intorno alla quale si articola e si concentra praticamente tutta la vita politica.
Naturalmente non è stato questo l’unico orientamento dell’energia di trasformazione nell’epoca moderna, ma va riconosciuto come il principale: quello che è riuscito a mobilitare la maggior quantità di energie, organizzazioni, iniziative e attività tendenti al cambiamento e alla trasformazione sociale. È stato anche l’unico che ha potuto mostrare effetti tangibili ed evidenti sul piano dell’organizzazione della società nella sua globalità. Altri orientamenti, che si sono incentrati su attività culturali e che si sono proposti il cambiamento sociale a partire da un cambiamento personale, o che si sono sviluppati sul terreno specificamente economico come forme di organizzazione di imprese e organizzazioni che non operano secondo una logica capitalistica (per esempio il cooperativismo e l’autogestione) hanno mobilitato una minore quota di energia sociale di trasformazione ed evidenziato risultati di minor vigore, che appaiono precari, instabili e reversibili.
Il recente fallimento e il conseguente crollo degli Stati socialisti colpisce alla radice il progetto di trasformazione incentrato sullo Stato, e le energie sociali di trasformazione che si erano incanalate in tale direzione si ritrovano in una situazione oggettiva di carenza di progetto. A partire da questa nuova situazione sorge la questione di stabilire quale possa essere ora il progetto di società che orienti le energie e le azioni di trasformazione e, andando ancora più a fondo del problema, la riflessione sul modo di concepire e realizzare il cambiamento sociale.
Sono due aspetti del problema che dobbiamo distinguere analiticamente. Una prima questione si riferisce ai contenuti del progetto: i valori, le relazioni, i comportamenti e le strutture che si vuole promuovere e realizzare. Un’altra è la questione relativa al modo di concepire e strutturare l’azione e il processo di trasformazione.
La riflessione sul progetto, sulle modalità che possono assumere i processi di cambiamento, sulle strutture dell’azione di trasformazione e sulle alternative di organizzazione che la promuovono, è oggi di grande importanza per due motivi. Il primo, perché il cambiamento sociale continua a essere necessario, forse anche più di prima, in ragione della diffusione della povertà, dell’esacerbazione delle disuguaglianze sociali, della tremenda scissione che si sta producendo tra le società e, all’interno di esse, tra coloro che sono all’avanguardia dei processi dinamici e quanti invece restano emarginati o esclusi, della diffusione di comportamenti individualistici, consumistici e materialistici che limitano e unilateralizzano lo sviluppo umano. Il secondo, perché le energie di trasformazione che tali realtà e ragioni mantengono e generano in grandi quantità, possono essere ridotte per quanto riguarda le loro manifestazioni pratiche, ma sono comunque latenti. Esse non trovano attualmente modelli adeguati, convincenti, che le orientino e le incanalino in modo costruttivo ed efficiente, e la loro frustrazione può dare luogo a comportamenti anomici che non potrebbero che avere conseguenze negative per la società.
È nella ricerca di un nuovo e superiore orientamento di queste energie di trasformazione che l’economia di solidarietà offre alternative e speranze. Le offre sia riguardo ai contenuti che il processo di trasformazione può promuovere sia anche riguardo alle modalità dell’azione e dell’organizzazione trasformatrice. Cominciamo ad esaminare questo secondo aspetto.
Un modo inadeguato di intendere il progetto e il processo di trasformazione sociale
Nell’epoca moderna i più importanti progetti di trasformazione sono partiti dall’idea che il cambiamento deve essere globale, e cioè che l’ordine sociale vigente – concepito come un “sistema” – deve essere sostituito con un altro diverso: un nuovo tipo di società. Di conseguenza, quello che si afferma come progetto è un determinato “modello” di società da costruire. In tale progetto globale si plasma con maggiore o minore realismo quello che si considera un “dover essere” della società: in ambito economico, politico, culturale, nelle relazioni sociali, nelle forme di proprietà, e così via.
In alcuni casi la formulazione del progetto di società da costruire si fonda su una concezione etica, filosofica o dottrinaria: si basa su apprezzamenti su ciò che è giusto, umano, naturale, necessario, razionale, ecc. Il progetto stesso nasce allora da un’elaborazione intellettuale e inizialmente ha poco a che fare con le caratteristiche particolari e concrete dei soggetti reali e attuali chiamati a realizzare il progetto. Al contrario, si tende a postulare che gli agenti del cambiamento – persone, gruppi o classi sociali, organizzazioni, ecc. – si sono formati nell’ambito del “sistema” costituito, di modo che risultano contrassegnati dalle caratteristiche e dalle relazioni richieste dal funzionamento di quest’ultimo. Ma si pensa che tali soggetti possono divenire adeguati strumenti o mezzi per la realizzazione del progetto nella misura in cui prendono coscienza della loro situazione e del loro condizionamento e decidono di agire contro le strutture vigenti. Ciò che di essi importa è più che altro la forza, le energie che possono impiegare per raggiungere l’obiettivo desiderato. Importa anche la misura in cui possono «fare proprio» il progetto, sia perché corrisponde ai loro interessi, sia perché li si può persuadere in tal senso. Infatti, se un soggetto non fa proprio il progetto, difficilmente le sue forze potranno essere orientate in tale direzione. Per via di tutto ciò, i compiti dell’agente organizzatore o intellettuale che porta avanti tale concezione del cambiamento sociale consistono principalmente nella coscientizzazione, nell’organizzazione e nella mobilitazione dei soggetti strumenti o portatori del progetto.
In altri casi, per determinare il modello globale di società da costruire si parte da qualche esperienza o organizzazione particolare nella quale si pensa sia contenuto in piccolo il progetto che si ritiene ideale per la società nel suo insieme. Si può trattare di un tipo di intesa, di partito politico, di chiesa, di associazione, e perfino di un tipo di uomo. Si suppone che i principi e i valori, i modi di pensare e di agire, le relazioni e le strutture, ecc., che definiscono tale organizzazione, siano i modi ideali che bisognerebbe stabilire in tutta la società. Il compito di trasformazione consisterebbe, di conseguenza, nella diffusione e nell’espansione del tal modo di essere, dei tali valori, comportamenti e forme organizzative, attraverso la moltiplicazione di organizzazioni simili (oppure, in una versione estrema di questo modo di intendere il cambiamento, attraverso la crescita della stessa organizzazione per assorbimento progressivo di altre persone, gruppi, attività o spazi sociali).
Ebbene, sia che si parta da una certa concezione etica e dottrinaria, o da un’esperienza organizzativa particolare, poiché il progetto di trasformazione è globale e implica un riordinamento o una ristrutturazione di tutta la società (quello che si considera un «cambiamento di sistema»), sorge la necessità di conquistare posizioni di potere dalle quali sia possibile influire sulla società in tutti i suoi aspetti. Nelle società moderne e contemporanee tale centro di potere privilegiato è lo Stato; e nel caso in cui non avesse attualmente potere sufficiente, si postula di potenziarlo e di farlo crescere affinché sia in condizioni di realizzare i cambiamenti globali desiderati. È per questo che, quando si pensa a un «modello di società», la principale attività di trasformazione si svolge in ambito politico e si orienta alla conquista del potere.
Concepire dunque il cambiamento sociale come un processo di costruzione di un modello globale di società e tentare di realizzarlo mediante l’uso del potere presenta problemi molto seri. Problemi che hanno a che vedere con qualcosa di essenziale, come la coerenza tra ciò che si pretende di ottenere e ciò che si può ottenere attraverso l’azione così condotta. Inoltre, questo modo di concepire il cambiamento porta inevitabilmente alla frustrazione delle energie di trasformazione, poiché, anche se si raggiungono rilevanti effetti sociali e storici, i risultati che si ottengono con l’azione non corrispondono agli obiettivi perseguiti. È necessario comprendere a fondo perché ciò succede.
Bisogna osservare prima di tutto che qualsiasi progetto di società globale risulta utopico e irrealizzabile. Infatti, la realizzazione del progetto – la sua concretizzazione nella società – non è possibile perché non si può configurare la realtà tutta intera secondo un modello ideale precedentemente elaborato da alcuni, né secondo un modello organizzativo unico realizzato in piccolo da un gruppo particolare. Ci saranno sempre altri modi di pensare, altre forze, altre organizzazioni che impiegheranno forze di opposizione e che avranno effetti concreti che agiranno in senso diverso da quello del progetto che si vuole impiantare. Il massimo a cui si potrebbe aspirare per mezzo di questa strategia è concretizzare per un periodo di tempo storicamente breve qualcosa come una caricatura deformata dell’ideale cercato, e questo in base a una consistente forza dominante – ideologica, politica o militare – controllata da un gruppo che si impone sugli altri.
Tutta la storia della società lo ha dimostrato e continua a dimostrarlo. Il fatto curioso è che tali punti di vista vengono solitamente considerati realistici ed efficaci, perché di fatto sono in grado di raccogliere intorno a sé forze ed energie sociali reali; ma questa efficacia si dimostra apparente, illusoria, perché anche se le forze organizzate intorno a tali progetti raggiungono importanza e sono in grado di generare azioni e fatti significativi, il progetto stesso non si concretizza. Si costruisce una realtà, ma sostanzialmente ed essenzialmente diversa da quella che si desiderava costruire.
C’è un elemento che, introdotto nel processo di trasformazione, lo distoglie inevitabilmente dai suoi obiettivi, lo deforma radicalmente. Questo elemento è il potere che si cerca in quanto mezzo o strumento efficace per la realizzazione del progetto. Infatti, per cambiare e riorganizzare tutta la società secondo un modello o progetto precedentemente definito è necessario disporre e fare uso di molto potere, anzi di un potere immenso, gestito e utilizzato da quelli che sono i portatori ed esecutori del progetto in questione. Ma disporre di molto potere implica concentrarlo e accumularlo, il che si può verificare soltanto nella misura in cui molti altri vengono privati della propria capacità di prendere decisioni. Se, come abbiamo visto nel capitolo precedente, il potere è la capacità che hanno alcuni di fare in modo che altri agiscano secondo la loro volontà, ciò che prima di tutto si realizza per suo tramite è inevitabilmente l’instaurarsi di rapporti sociali di dominazione e di subordinazione. Ma non sono proprio i rapporti di dominazione/subordinazione quelli che si vogliono sostituire? In quale progetto di nuova società ci si propone di stabilire relazioni di dominio e concentrazione del potere? Qualcuno potrebbe ribattere che la concentrazione del potere si compie solo come mezzo transitorio con il fine ulteriore di dissolverlo. Ma qualsiasi logica di concentrazione di potere non fa altro che concentrarlo: il potere non si dissolve da sé. Il potere accresce l’ambizione di chi lo detiene e priva coloro che non ne hanno perfino della capacità e dell’attitudine a esercitarlo.
La situazione è ancora più grave perché il processo di accumulazione di potere inizia togliendolo agli stessi soggetti – persone e organizzazioni – che si vuole coinvolgere come attori del processo di trasformazione. Infatti, questi non si costituiscono come leali ed efficaci esecutori del progetto globale se non nella misura in cui agiscono secondo i piani, gli ordini e le direttive dei capi. I presunti trasformatori della società devono iniziare a organizzarsi in modo gerarchico, il che implica che molti di loro delegano a pochi dirigenti le principali decisioni relative alla propria azione. Inseriti in una logica di accumulo del potere, chi è in alto esige obbedienza e fedeltà dai propri subordinati, e quelli che sono più in basso, oltre a subordinarsi, esigeranno sottomissione e cercheranno di esercitare il massimo controllo su quei settori e in quegli ambienti che si vuole plasmare in funzione del grande progetto sociale. Che liberazione, che società ugualitaria, che fratellanza, che giustizia possono essere in questo modo instaurate?
La lotta per il potere come via e strategia di realizzazione del cambiamento sociale è, in sintesi, eticamente scorretta e non utile all’obiettivo di trasformazione globale secondo un modello di società predefinito. Innumerevoli esperienze di questo tipo mettono in chiaro che il fine non giustifica i mezzi che si utilizzano per raggiungerlo. Inoltre, il fine stesso della trasformazione sociale secondo un modello globale di società non soltanto è irrealizzabile, come abbiamo visto, ma è anche fortemente criticabile da un punto di vista etico. Che uno o vari soggetti sociali che non sono che una parte della società, si considerino portatori di un progetto globale in base al quale tutta la società debba essere ristrutturata, implica il ritenere che essi siano i detentori in esclusiva della verità e dei giusti valori.
Se, al contrario, partiamo dal presupposto che la verità e i valori sono ripartiti socialmente e che nessuno li detiene in toto, che tutti i soggetti singoli e organizzati hanno idee, valori, interessi e aspirazioni che possono essere legittimi e hanno diritto di esistere, che l’omogeneità sociale è in definitiva un impoverimento dell’esperienza umana mentre la diversità, la differenziazione e il pluralismo costituiscono una ricchezza e sono il prodotto della libertà creatrice degli uomini, allora si apre il cammino verso un diverso e nuovo modo di intendere e di attuare il cambiamento sociale.
Per una nuova struttura dell’azione di trasformazione
Una prima questione da analizzare si riferisce all’ambito dell’organizzazione sociale da cui può partire un’efficace azione di trasformazione e, in relazione a ciò, all’importanza che va attribuita all’azione politica. A tale riguardo è necessario riconsiderare a fondo la convinzione tanto generalizzata che gli sforzi tendenti a costruire una società migliore debbano essere preferibilmente impiegati nella società politica.
Dopo almeno due secoli di privilegio della politica è opportuno fare un bilancio dei risultati. Che cosa si è ottenuto? Ovviamente il risultato di tanto sforzo, di tanta lotta, di tanta energia impiegata non è altro che la società così com’è ora. Proprio così, il massimo che si è ottenuto è la società tale e quale la vediamo ora.
Ovviamente l’attuale modo di essere della società non è effetto né responsabilità esclusiva dei sostenitori del cambiamento sociale; lo è anche di coloro che vi si sono opposti e li hanno combattuti e di coloro che semplicemente hanno mantenuto altre prospettive. Ma i propulsori del cambiamento sociale dovranno riconoscere che nelle particolari condizioni in cui hanno dovuto agire, con gli avversari che hanno avuto, con le forze che hanno affrontato, in base alle idee, alle analisi, ai piani, alle azioni e ai modi di agire a cui hanno per tanto tempo fatto ricorso, il meglio che sono riusciti a ottenere è la realtà così come la vediamo ora.
Naturalmente essa risulta essere molto insoddisfacente per loro. Ma si è almeno avvicinata a quella desiderata? Saranno più vicini a ottenerla? Se non cambiano i loro modi di concepire e di attuare la trasformazione in base a che cosa potrebbero aspettarsi maggiori risultati in futuro? Esaminiamo più da vicino i risultati reali ottenuti in quello che almeno in parte si percepisce come l’effetto della stessa azione di trasformazione.
Il risultato più evidente e importante non è altro che l’inaudita crescita dello Stato e la maggiore centralizzazione del potere che si sia mai vista nella storia. Questa crescita dello Stato si verifica anche quando nella politica sono presenti diverse forze portatrici di varie e anche opposte ideologie e programmi. Spesso esse si annullano reciprocamente e lo Stato, nonostante la concentrazione formale del potere che rappresenta, diventa incapace di prendere decisioni che interessino profondamente le strutture economiche e sociali. Così, la concentrazione del potere non è in contraddizione con la sua incapacità di incidere sulla trasformazione della realtà.
Finché la lotta politica si svolge in uno spazio ridotto, la situazione dei settori popolari rimane inalterata, le disuguaglianze non tendono a scomparire, i tentativi di cambiare le strutture finiscono con il dimostrarsi effimeri e superficiali nei risultati.
Si rende necessario indagare le cause dell’insufficienza della politica come azione di trasformazione. La politica è lotta per il potere (per conquistarlo e mantenerlo) e al tempo stesso azione organizzatrice e riorganizzatrice. Essa parte da ciò che esiste: le forze politiche hanno bisogno di fondarsi sulla realtà data e devono considerare gli interessi e le forze esistenti come basi e pilastri della loro lotta per il potere. L’organizzazione politica che non sia funzionale agli interessi e alle forze esistenti non può accedere a posizioni di potere; anche il mantenimento delle posizioni guadagnate resta subordinato all’agire in base agli interessi e alle realtà esistenti. Per questo nella politica lo spazio per l’utopia e per il nuovo è molto ridotto.
Inoltre, l’azione governativa consiste nell’ordinare, organizzare e riorganizzare elementi propri di questa realtà. La politica organizza l’esistente: non crea realtà nuove.
Ma l’unica cosa che può cambiare in profondità l’esistente consiste nel creare e porre nella realtà data nuove realtà, che mettano in questione l’esistente e, con la loro presenza, lo portino a ristrutturarsi. La principale e decisiva attività di trasformazione è l’attività creativa, quella capace di introdurre effettive novità storiche.
Può esserci creatività nella politica? Possono essere introdotte novità in questo livello della vita sociale? Certamente, ma ciò suppone un’attività specificamente creativa, che possiamo denominare semplicemente cultura. Tale attività creativa nell’ambito politico non è certamente la ricerca del potere, la convocazione di sostenitori a manifestazioni e azioni politiche, ma è opera dell’intelligenza, dell’immaginazione e della volontà stimolate dalla ricerca del vero, del bello, del buono, del giusto. Ciò suppone uno sforzo concentrato in questi ambiti culturali, una dedizione costante ed esclusiva. Coloro che lo compiono dall’interno delle proprie organizzazioni politiche non sono solitamente quelli che raggiungono posizioni di potere, semplicemente perché non se lo pongono come obiettivo; e quando cercano il potere, poiché anche il raggiungerlo richiede dedizione costante e concentrata, non possono fare a meno di trascurare l’attività propriamente creativa.
Ciò vuol dire che la politica deve essere messa da parte da coloro che aspirano a realizzare profonde trasformazioni della società? Non è affatto ciò che vogliamo affermare. La nostra argomentazione mira a mostrare che la politica non è l’attività centrale né prioritaria quando si tratta di costruire una società migliore. La politica è e deve essere, nell’ambito di un progetto di trasformazione sociale, un’attività subordinata.
L’ambito che l’azione di trasformazione deve privilegiare è dato, dunque, dagli spazi della società civile in cui si sviluppano le principali attività creative di realtà nuove.
Per «società civile» intendiamo l’insieme delle attività economiche, sociali, culturali, scientifiche, religiose, ecc. realizzate da persone, associazioni, comunità, organizzazioni intermedie, imprese e istituzioni che non ricadono sotto la tutela e la responsabilità dirette dello Stato. In tale ambito, l’attività di trasformazione si sviluppa come un ampio e multiforme processo creativo.
Ebbene, quando si pensa alla trasformazione storica a partire dalla società civile compare un modo nuovo di agire ai fini della trasformazione. Non si tratta di imporre a tutta la società un modello già presente in realtà particolari o anticipato idealmente in un modello ideologico. Non si tratta del fatto che il soggetto portatore del progetto accumuli forze e potere per realizzarlo dall’alto. Si tratta di un tipo di azione diversa, democratica per definizione (che non può essere autoritaria per la sua stessa natura), tale che realizza il suo obiettivo di trasformazione nell’atto e per l’atto stesso di essere e di agire in altro modo, per il fatto di apportare alla società una speciale novità.
L’attività principale consisterà nella costruzione di realtà nuove in cui i problemi che generano la necessità del cambiamento (ingiustizie, oppressioni, disuguaglianze, ecc.) scompaiono e i valori in base ai quali si vuole impostare i rapporti umani e sociali sono presenti in modo coerente e centrale.
L’economia di solidarietà apre un percorso nuovo per l’energia di trasformazione
Quando i gruppi che aspirano a profondi cambiamenti sociali si trovano disorientati; quando i progetti che hanno guidato le lotte per una società migliore sono stati sconfitti; quando i risultati di tale lotta e di tale sforzo orientato secondo la logica della politica e del potere hanno mostrato la loro precarietà e insufficienza; quando, nonostante tutto ciò, un processo di cambiamenti sociali profondi si rende ancor più necessario e urgente; quando una nuova modalità di azione di trasformazione comincia a intravedersi nelle sue forme e contenuti, le ricerche orientate nella prospettiva dell’economia di solidarietà aprono un cammino originale e una speranza nuova che comincia a essere perseguita da molti.
Non pretendiamo di affermare che sia questo l’unico cammino possibile ed efficace per incanalare le aspirazioni a una società migliore di quella esistente; ma costituisce indubbiamente una forma reale e concreta di trasformare la società, pienamente coerente sia con i contenuti del cambiamento attualmente necessario sia con le forme di una nuova azione di trasformazione così come l’abbiamo intesa.
È coerente con l’obiettivo che ha prevalso nella maggior parte delle lotte sociali, nel senso di costruire un nuovo tipo di economia, diversa dall’economia capitalista di cui si critica lo sfruttamento e la subordinazione del lavoro, la divisione in classi sociali, la distribuzione disuguale della ricchezza, l’individualismo e il consumismo esagerati. L’economia di solidarietà è, esattamente, un progetto economico incentrato sulla costruzione e lo sviluppo di nuove forme e strutture economiche, a livello di produzione, distribuzione, consumo e sviluppo.
È coerente anche con i valori che nel corso di tutta la storia moderna hanno orientato le ricerche e i progetti di cambiamento sociale: la libertà, la giustizia, la fratellanza, la partecipazione. L’economia di solidarietà costruisce tutti questi valori nella realtà quotidiana, e la sua azione non è deviata da presunte scorciatoie che procrastinerebbero la sua realizzazione finché non siano stati raggiunti determinati obiettivi di potere politico in vista di cambiamenti pretenziosamente globali.
Le motivazioni che generano energie di trasformazione trovano in essa canali coerenti. Nell’economia di solidarietà, infatti, trovano spazio e opportunità di superamento e partecipazione i settori sociali arretrati o trascurati nell’ordine economico e sociale costituito, e in essa possono riversare tutto il proprio contributo creativo quanti aspirano a concretizzare e impostare la vita e l’ordine sociale sulla base di idee e valori più elevati. Gli uni e gli altri si fondono in uno stesso processo, ideale e pratico al tempo stesso, trovando reciprocamente ciò che, singolarmente, è loro necessario per realizzare il proprio obiettivo.
L’economia di solidarietà è coerente con la pretesa di costruire relazioni umane orizzontali, perché in essa non si instaurano legami di potere, ma si sviluppano le capacità di ogni persona e di ogni gruppo di assumere un crescente controllo delle proprie condizioni di esistenza, poiché il potere e il controllo sui mezzi necessari sono socialmente disseminati.
È coerente anche con una struttura dell’azione di trasformazione che privilegia l’ambito della società civile al di sopra della società politica, di modo che il risultato della trasformazione sia veramente democratico e partecipativo. Infatti, l’economia di solidarietà si sviluppa preferibilmente nella società civile e deriva dalla base sociale stessa che si organizza per far fronte alle proprie necessità e per fare economia in conformità con i propri modi di pensare e di sentire, di valutare, di relazionarsi e di agire.
Si tratta, infine, di un processo particolarmente creativo, di quelli che introducono permanentemente realtà nuove nella realtà esistente, e che testimonia di altri possibili e migliori modi di fare le cose e di organizzarsi. L’economia di solidarietà è costituita da organizzazioni e attività create in modo sempre originale dai loro protagonisti, rispondendo ai loro particolari problemi e circostanze e utilizzando i mezzi e le risorse che hanno a propria disposizione o che essi stessi creano. Le potenzialità dell’economia di solidarietà sono, di conseguenza, ampie e profonde, perché essa si sviluppa a livello della più radicale e intensa delle attività di trasformazione, essendo essa stessa un grande progetto di cambiamento sociale.
Le dimensioni, i risultati, le prospettive di tale cambiamento sono ancora in erba, in embrione. È difficile prevedere ora dove porterà il processo che è iniziato in tal senso. Ad ogni modo, è preferibile non sapere con certezza quale sia la meta da raggiungere e camminare di fatto nella direzione che si vuole, piuttosto che essere convinti di procedere verso un obiettivo chiaramente definito e avanzare invece verso un’altra direzione, come è successo tante volte nelle lotte politiche del secolo appena conclusosi. Per il momento sappiamo che il senso, i contenuti, le forme e le proiezioni del progetto che va emergendo dall’economia di solidarietà, sono gli stessi evidenziati dalle varie strade dell’economia di solidarietà che stiamo esaminando. Torneremo sul tema dopo averle percorse tutte.