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La domanda sociale di partecipazione: motivazioni e contenuti
Una quarta strada che conduce all’economia di solidarietà parte dalle ricerche di partecipazione che molte persone, gruppi, organizzazioni e comunità portano avanti nei più svariati ambiti della vita sociale. Gli emarginati, i poveri, i giovani, le donne, le persone in genere, vogliono partecipare come protagonisti alle organizzazioni di cui fanno parte e ai diversi ambiti della vita economica, sociale, politica e culturale in cui si prendono decisioni importanti che riguardano la loro vita.
I processi tendenti a incrementare la partecipazione sociale alle varie istanze decisionali nascono dal fatto che nelle società e negli Stati contemporanei il potere e l’autorità si sono concentrati nelle mani di poche persone e gruppi. La stragrande maggioranza della gente sente di far parte di grandi sistemi, strutture e organizzazioni, nei quali svolge un ruolo o una funzione determinati, senza tuttavia poter accedere al controllo degli stessi, né influire sui loro obiettivi, sul loro funzionamento e andamento globale. Di conseguenza, gli uomini si sentono estranei ai sistemi che li utilizzano, e sperimentano una situazione di emarginazione e di alienazione. Le loro condizioni di vita dipendono da quei sistemi e da quelle strutture, ma non hanno alcuna possibilità di influire su di essi.
Questa situazione ha a che vedere con le forme di proprietà che predominano nell’economia, con i regimi istituzionali vigenti nell’ordine politico, con le modalità di comunicazione presenti nell’ordine culturale. Notevole influenza ha anche l’eccessiva grandezza che, nelle società contemporanee, hanno raggiunto le istituzioni e le organizzazioni economiche, politiche e culturali: in esse l’uomo si perde e si sente un minuscolo componente di una immensa massa spersonalizzata.
Da tali situazioni e condizioni di vita di emarginazione e di alienazione emergono costantemente iniziative tendenti a motivare, promuovere e rendere effettiva la partecipazione sociale a vari livelli, dando luogo a organizzazioni sociali che adottano i più svariati tipi e modalità di funzionamento.
A causa della radicalità dell’emarginazione, della forza di concentrazione del potere e del ruolo assolutamente preponderante che lo Stato ha acquisito nelle società moderne, le ricerche di partecipazione sono solite generare processi conflittuali ed esprimersi in forma di lotta sociale, incentrandosi preferibilmente nel campo politico e istituzionale. In questo modo, la lotta è stata spesso concepita dalla partecipazione sociale come elemento costituente dei processi di «conquista del potere».
Infatti, per lungo tempo si è partiti dall’idea che lo Stato sia la forma istituzionale che, in ragione della propria natura, concentra il potere, l’esercizio dell’autorità e della violenza legittima, nonché l’assoluta responsabilità riguardo al mantenimento dell’ordine sociale. In base a tale concezione, la partecipazione sociale non avrebbe (o non le si riconoscerebbe) espressione rilevante se non nella misura in cui essa si manifesta a livello della vita politica e del potere statale.
Ebbene, per vari motivi l’idea che lo Stato sia l’ambito principale della partecipazione si è sempre più incrinata, rendendo così possibile la ricerca di nuove forme di partecipazione sociale che si manifestano negli ambiti propri della cosiddetta «società civile». Su ciò hanno influito, tra gli altri motivi, il fallimento sperimentato dagli stessi Stati democratici nel loro tentativo di accogliere la partecipazione sociale ai livelli richiesti dalle organizzazioni sociali.
La crescente consapevolezza che ciò costituisca un problema strutturale porta a modificare l’ottica in cui si cerca la partecipazione: più che come un cammino di lotta per accedere al potere centrale si manifesta come un tentativo di decentralizzazione e disseminazione sociale del potere. Si tratta della tendenza alla regionalizzazione e al consolidamento dei cosiddetti «poteri locali», nei quali i cittadini trovano possibilità di partecipazione più diretta.
La partecipazione, intesa in questo modo, trova una potente motivazione a suo sostegno nella convinzione che essa non solo avvantaggi direttamente le persone e le organizzazioni che la esercitano, ma che incida anche su un aumento dell’efficacia e dell’effettività delle decisioni. Infatti, i piani e i programmi d’azione sono sicuramente migliori i bisogni percepiti dalla popolazione e nella misura in cui i soggetti chiamati a eseguirli comprendono e aderiscono ai loro obiettivi e conoscono il ruolo e l’ambito che spetta loro nel metterli in pratica.
I piani e i programmi d’azione hanno sempre una rilevante componente economica, anche nei casi in cui il loro significato e contenuto diretto sia di natura sociale, politica o culturale. La presa di decisioni e l’organizzazione dei mezzi necessaria per metterle in pratica è, di fatto, un processo di gestione e amministrazione che, come sappiamo, costituisce sia una funzione sia un fattore economico. È proprio nella gestione – come funzione e fattore economico – che la partecipazione introduce di fatto un elemento significativo di solidarietà.
Gestione, potere e autorità
La partecipazione è un processo socialmente integrante al livello del più complesso, delicato e centrale degli elementi di qualsiasi sistema organizzato, la direzione, nonché delle più cruciali relazioni umane e sociali: le relazioni di potere e autorità.
Per capire a fondo il significato della partecipazione e del suo rapporto con la solidarietà è necessario esaminare più dettagliatamente che cosa sono e come si generano l’autorità, il potere e la gestione, oltre alle cause della loro attuale concentrazione.
La gestione si esprime attraverso l’adozione di decisioni relative al funzionamento e all’attività di un’organizzazione qualsiasi: è il potere che, nell’economia, si manifesta come capacità di ordinare e coordinare l’azione di se stesso e di altri, integrati in una determinata impresa o struttura economica. Si tratta, dunque, di un fattore essenzialmente umano, di una realtà sociale e soggettiva.
La forma semplice ed elementare del potere, costitutiva di qualsiasi struttura o sistema complesso di gestione, è una relazione tra soggetti, dei quali uno è in condizione di far sì che altri realizzino le decisioni che derivano dalla sua volontà. È, dunque, essenzialmente, una relazione di dominio e subordinazione, per la quale uno dei soggetti comanda e gli altri obbediscono. Si instaura così una situazione gerarchica, verticale, che distingue i membri dell’organizzazione in dirigenti e diretti.
Il potere come tale è una relazione, non un attributo posseduto sotto forma di proprietà da un soggetto indipendentemente dagli altri sui quali viene esercitato. Tuttavia, chi esercita il potere possiede un attributo particolare che lo mette in condizioni di farsi obbedire. Tale attributo è l’autorità.
Ebbene, essendo una relazione sociale, il potere non è unidirezionale: non deriva soltanto dall’autorità verso i subordinati, ma implica anche e al tempo stesso un rapporto dei subordinati nei confronti dell’autorità. La direzione o gestione non avviene, infatti, se quelli che devono agire secondo le decisioni dell’autorità non accettano in alcun modo e per nessuna ragione di subordinarsi e di obbedire alle sue decisioni. Si pone, dunque, come decisiva la questione della legittimità del potere e dell’autorità. È qui che entra in gioco ampiamente la forza e la qualità della gestione, perché la legittimità incide sia sulle decisioni che vengono prese sia sul grado di precisione con cui vengono eseguite.
Abramo Lincoln diceva che «nessuno ha il diritto di imporre a qualcun altro un’azione senza il suo consenso». Tuttavia, il potere come relazione sociale di dominio e subordinazione può basarsi su forze diverse, fondamentalmente sulla coercizione e sul consenso.
Da un lato, il superiore dispone di un insieme di mezzi per farsi obbedire: mezzi fisici e materiali, amministrativi ed economici, psicologici e culturali. Dall’altro, l’autorità può far sì che i suoi subordinati accettino volentieri le sue decisioni, vi acconsentano e perfino vi aderiscano esplicitamente considerandole come proprie.
Quanto maggiore è l’adesione consapevole e volontaria dei subordinati al sistema di direzione e alle sue decisioni, tanto maggiore si ritiene la sua legittimità; quanto più la gestione si basa sulla forza e sulla coercizione esercitate verticalmente, tanto meno legittima si considera l’autorità.
Ciò rende evidente che la legittimità è conferita dai subordinati e non viene dall’autorità stessa. L’attributo dell’autorità è un dono che chi dirige riceve da chi è diretto. Infatti, ciò che dà fondamento alla legittimità dell’autorità è il fatto che ciascuna persona, per quanto subordinata sia, è un soggetto e come tale cosciente e libero, padrone di se stesso, responsabile delle proprie azioni. Quando questi affida a un altro il diritto di decidere delle proprie azioni, non fa altro che trasferirgli qualcosa di intimo e di sostanziale di se stesso, parte della sua coscienza e della sua volontà. Con ciò, egli riduce i suoi margini di libertà ampliando quelli dell’altro. Ecco perché l’autorità, in quanto attributo che legittima il potere di chi comanda, si costruisce dalla base.
Il potere, dunque, è una relazione tra soggetti diversi che possiedono attributi complementari: uno, quello che comanda, è dotato dell’autorità, che ha ricevuto da quelli che obbediscono, che hanno la capacità di legittimarla. La forza o la debolezza del potere di direzione – la consistenza e la qualità del legame tra dirigenti e diretti – dipende dalla consistenza e dalla qualità dei loro rispettivi attributi. Da questi dipendono la distanza, la vicinanza o la separazione che può esserci tra dirigenti e diretti. I legami qualitativamente superiori – quelli basati sul consenso e sulla libera adesione – avvicinano i diretti ai dirigenti e viceversa, mentre le relazioni basate sulla coercizione e la forza li separano e li contrappongono.
Partecipazione, autogestione e solidarietà
Se il potere e la gestione vengono così intesi, allora la loro legittimità è suscettibile di gradi di perfezione. Un primo livello è dato dalla semplice accettazione dell’autorità e delle decisioni che essa prende. Indipendentemente da quale sia l’origine dell’autorità, il fatto che i subordinati l’accettino senza opporvi resistenza ne costituisce un certo grado elementare di legittimazione.
Un grado più alto è dato dalla delega del potere. Delegare vuol dire riconoscere che il diritto a decidere sulla propria attività è naturalmente radicato in chi la svolge; ma gli stessi che possiedono questo diritto primordiale decidono consapevolmente e volontariamente di affidare a un altro la facoltà di decidere su alcune proprie azioni, in un determinato ambito.
Un grado ancora più elevato di legittimazione del potere è dato dalla partecipazione di coloro che sono diretti al processo di presa delle decisioni. Questa partecipazione implica un perfezionamento speciale della gestione, perché assicura un coinvolgimento personale nella presa di decisioni da parte di quelli che devono eseguirle, facendo loro acquisire una maggiore comprensione e informazione su ciò che si fa. È importante sottolineare, inoltre, che la partecipazione alla gestione rappresenta di fatto una vera e propria scuola di gestione, che incentiva e promuove le attitudini e le qualità del soggetto, la sua consapevolezza, la sua volontà e libertà, da parte di numerosi membri dell’organizzazione.
Il grado superiore di legittimazione dell’autorità si realizza nell’autogestione, che si ha quando la gestione delle attività viene effettuata in modo diretto dall’insieme di soggetti interessati alla sua realizzazione. Qui scompare ogni separazione tra dirigenti e diretti, perché gli stessi soggetti che svolgono le attività le decidono in base ai propri obiettivi e rispettando determinate norme e procedure che essi hanno autonomamente concordato.
Ebbene, dal punto di vista dell’economia di solidarietà interessa esaminare in che modo la partecipazione e l’autogestione costituiscono un cammino di integrazione della solidarietà nell’economia globale, e come contribuiscono alla formazione e allo sviluppo di unità e processi economici che operano con una razionalità coerentemente solidale.
La partecipazione e l’autogestione, essendo forme di legittimazione dell’autorità che generano modalità particolari di relazione tra dirigenti e diretti, generano, e di fatto costituiscono in se stesse, modalità speciali di gestione e direzione. Infatti, la partecipazione può essere definita, nella sua essenza, come la cooperazione di chi è diretto nell’esercizio dell’autorità: cooperazione nella presa di decisioni, nel sistema di direzione e gestione di un’organizzazione complessa da parte dei suoi componenti. L’autogestione è qualcosa in più. È il pieno esercizio della direzione e della gestione effettuata in maniera associativa e solidale, da tutti i componenti di un’organizzazione che operano come un unico soggetto sociale.
Così intesa, si comprende come la partecipazione, a qualsiasi livello dell’organizzazione e della struttura economica essa si verifichi, apporti solidarietà all’economia, rendendola presente e operante in quei fattori e funzioni tanto rilevanti e centrali che sono la gestione e la direzione. Allo stesso modo, l’autogestione costituisce la solidarietà e la cooperazione come elementi che gestiscono e dirigono le unità e i processi economici in cui si instaurano.
La partecipazione e l’autogestione sono espressione della solidarietà al tempo stesso in cui la creano e la rafforzano. Sono espressione di solidarietà nella misura in cui e per cui si esercita un’attività integrativa, che impegna le persone in un’impresa e un progetto comuni, nella cui realizzazione e sviluppo assumono e condividono responsabilità. La partecipazione e l’autogestione suppongono o configurano un soggetto collettivo, associativo o comunitario, che fa conoscere e pesare la sua consapevolezza e la sua volontà, le sue idee, obiettivi, interessi e aspirazioni, nella presa di decisioni relativa ad attività e processi che lo riguardano.
A loro volta, sia la partecipazione sia l’autogestione creano e rafforzano legami, relazioni e valori di solidarietà tra coloro che le realizzano e all’interno delle organizzazioni interessate o coinvolte nel loro esercizio e nelle decisioni emanate per loro tramite. Parlando della solidarietà nel lavoro, mostravamo come il fare qualcosa insieme e l’impegnarsi nella realizzazione di una stessa opera porti all’instaurarsi di rapporti di amicizia e cameratismo tra i lavoratori che condividono il compito con funzioni complementari. Ciò si verifica anche, e perfino più intensamente, quando l’attività comune consiste nel decidere il destino delle organizzazioni e dei processi di cui si fa parte.
Anche più intensamente, abbiamo detto, perché l’attività direttiva implica essenzialmente un processo di costante comunicazione, di scambio di esperienze e di informazioni, di ricerca del consenso mettendo in comune gli obiettivi, le idee, gli interessi e le aspirazioni di ciascuno. Nel processo di partecipazione e di ricerca delle decisioni più appropriate, si verifica un avvicinamento tra la consapevolezza e la volontà dei soggetti che intervengono, finché si formano consapevolezza e volontà comuni. E anche quando queste ultime non sono pienamente raggiunte, dovendosi adottare una decisione maggioritaria che predomini sull’altra o sulle altre minoritarie, queste dovranno essere comunque prese in considerazione e, di solito, influiranno modificando in parte la volontà iniziale di coloro che hanno spinto verso la decisione predominante.
In sintesi e nel più profondo dei suoi contenuti, la partecipazione e l’autogestione implicano la cooperazione e rendono presente la solidarietà, addirittura nella più alta delle attività umane: l’esercizio e l’esperienza della libertà. Esamineremo ora come il problema si presenta nelle condizioni particolari della società attuale.
Società civile e società politica, burocrazia e rappresentazione
Abbiamo evidenziato all’inizio del paragrafo come nelle società e nelle economie contemporanee ci sia un’alta concentrazione del potere e della gestione. Analizzando il motivo per cui si è giunti a questa situazione, potremo comprendere il tipo di relazione che si è instaurata tra l’economia e il potere, e individuare quindi le strategie per invertire la tendenza di concentrazione e il ruolo che in ciò può giocare l’economia di solidarietà.
Ci sono due caratteristiche dei processi organizzativi moderni che contribuiscono a generare una tendenza alla concentrazione del potere decisionale in poche mani. Da un lato, la crescente complessità dei sistemi e sottosistemi attraverso i quali si sviluppano le attività; dall’altro, l’incremento progressivo delle dimensioni delle organizzazioni.
La complessità dei sistemi e delle organizzazioni fa sì che il loro coordinamento e la loro direzione richiedano un insieme di qualità e conoscenze specialistiche che solo pochi esperti riescono ad acquisire. La gestione diventa una funzione tecnicamente complessa che richiede una particolare professionalità. Allo stesso modo, l’imponente dimensione raggiunta dalle imprese e dalle organizzazioni, che generalmente coinvolgono molte persone, rende difficile la partecipazione di tutti alla presa di decisioni, che devono essere effettuate in modo efficiente e in tempo utile.
In queste condizioni strutturali entrano in gioco due inclinazioni naturali degli esseri umani. Da un lato, il loro desiderio di potere; dall’altro, la loro tendenza alla comodità e al rifuggire le responsabilità. Entrambe le tendenze, in un certo senso in contraddizione tra loro, si rafforzano negativamente nella misura in cui il desiderio di potere degli uni risulta funzionale alla comodità e alla deresponsabilizzazione degli altri, e questa facilita l’ambizione di potere dei primi.
Dal momento che il potere è molto concentrato, diventa sempre più importante possederlo, perché i pochi che lo detengono ottengono per suo tramite privilegi e vantaggi molto rilevanti, e i molti che non lo hanno rimangono in una situazione subordinata e vedono ridursi notevolmente i propri spazi di libertà; al tempo stesso, diventa più difficile raggiungerlo. Ecco allora che si crea nelle società contemporanee una particolare esacerbazione della lotta per il potere tra le persone e i gruppi che aspirano ad averlo, e una chiusura degli altri nelle loro attività private. La lotta tra coloro che aspirano al potere tende ad accentrarlo, perché il potere si disperde quando non si possiede e si consolida con il suo esercizio, mentre il disinteresse di molti lo agevola, perché questi ultimi delegano ai primi una parte molto importante della loro libertà e dei loro diritti a decidere.
In conseguenza di ciò, lo Stato accentra la gestione dell’ordine sociale e tende ad ampliare eccessivamente i suoi poteri e le sue attribuzioni, mentre la politica si organizza come attività specializzata nella conquista e nell’esercizio del potere, alla quale pochi partecipano attivamente. Lo Stato e la politica sono al di sopra della vita quotidiana e ordinaria della gente e costituiscono una particolare società politica di grandi dimensioni e potere, che si distacca dalle attività private, sociali, economiche e culturali della cosiddetta società civile, imponendosi su di esse.
L’ideale democratico rappresenta una ricerca di articolazione organica tra società politica e società civile, che cerca di superare il loro distacco mediante l’applicazione di un principio di rappresentatività della società civile da parte della società politica. Si desidera che il governo dello Stato nei suoi poteri legislativo ed esecutivo sia rappresentativo di interessi e idee che predominano nella società civile, e si suppone che ciò sia garantito dalla delega della volontà dei cittadini ad autorità designate per mezzo di un’elezione popolare.
Questo regime politico è funzionale tanto a coloro che cercano il potere quanto a coloro che non desiderano assumersi responsabilità sociali. Ai primi, perché apre un canale istituzionale civile alla lotta per il potere, ampliando al tempo stesso le opportunità perché molti degli interessati possano accedere alle attività di gestione e di amministrazione a un qualche livello della scala gerarchica. Ai secondi, perché permette loro di delegare le responsabilità offrendo loro, al tempo stesso, una buona giustificazione per il proprio mancato impegno.
Quindi nonostante la democrazia rappresentativa sia l’organizzazione dello Stato più perfezionata che sia storicamente esistita e, probabilmente, che sia mai stata pensata teoricamente per grandi società, evidenzia limiti strutturali e conseguenti crisi in tutte le sue conformazioni pratiche. I suoi principali limiti e problemi hanno direttamente o indirettamente origine dall’economia o sono in relazione con essa e hanno molto a che vedere con il problema della partecipazione. Questi problemi sono sia di rappresentatività che di efficienza.
Possiamo sintetizzare nei seguenti termini il problema della rappresentatività: la democrazia rappresentativa è un modello politico pensato per organizzare uomini liberi, individui che hanno capacità di iniziativa e libertà economica. Ma nell’economia moderna tale individuo capace di iniziativa economica si identifica soltanto con una piccola parte della popolazione, mentre ampi gruppi sociali restano ai margini del possesso di certi fattori fondamentali e quindi della libertà economica, creando una massa proletaria subordinata e sostanzialmente dipendente. Inoltre, nelle società non esistono soltanto gli individui, ma si costituiscono anche gruppi e classi sociali, ciascuno con funzioni e interessi particolari e con quote di potere economico e politico molto diverse. Le disuguaglianze che risultano dall’organizzazione capitalistica delle libertà economiche genera profonde divisioni nella società civile che trascendono verso la società politica. Si verificano lotte e conflitti sociali che lo Stato rappresentativo non è sempre in grado di mediare e comporre. Spesso il potere politico si concentra nei settori economicamente potenti, mentre molti gruppi subalterni percepiscono che i propri interessi, aspirazioni e cultura sono scarsamente rappresentati dallo Stato e dalle sue istituzioni.
Il problema di efficienza dello Stato nell’esercizio delle sue funzioni si pone in questi termini: la dottrina liberale supponeva che il libero gioco del mercato determinasse lo stanziamento ottimale delle risorse e la giusta distribuzione delle entrate, restando garantita l’efficienza dell’insieme per il suo funzionamento senza interferenze statali; ma la realtà storica ha contraddetto questa opinione e lo Stato ha assunto funzioni e responsabilità sempre maggiori. La burocrazia pubblica si è notevolmente sviluppata negli Stati moderni, rafforzando gruppi di funzionari permanenti che sfuggono al controllo dei meccanismi rappresentativi e che manifestano interessi propri, in contraddizione con la postulata rappresentatività dello Stato. Così, oltre al principio e al sistema della rappresentazione si configura un principio e sistema burocratico, che ottiene la sua legittimità non dalla volontà dei cittadini, ma in base alle competenze tecniche che dimostra e all’efficienza che manifesta nell’esercizio delle sue funzioni. Questo elemento burocratico tende a far crescere smisuratamente le dimensioni dello Stato, trovando in tale espansione delle funzioni e delle attività pubbliche l’occasione per la propria crescente affermazione sociale ed economica.
In questa conformazione rappresentativo-burocratica degli Stati moderni, i rapporti tra società civile e società politica sono complessi, densi e non sempre organici, poiché si verifica quella separazione tra dirigenti e diretti nonché la concentrazione del potere economico e politico di cui abbiamo parlato.
In questo contesto, le richieste di partecipazione sociale non possono essere adeguatamente soddisfatte nell’ambito delle strutture economiche e politiche date, ma ciò richiede profonde trasformazioni strutturali e processi tendenzialmente democratizzanti sia dell’economia sia dello Stato.
Sembra necessario in primo luogo un energico recupero del tema della libertà e del valore della persona. Se l’economia e la democrazia sono soggette a crisi non è per un eccesso di libertà individuali, ma per i limiti e l’insufficienza di queste ultime.
Naturalmente, il problema della libertà non si pone nei termini in cui lo aveva affrontato il liberalismo. Oggi l’affermazione delle libertà personali deve far fronte ai problemi della burocrazia, della massificazione, della concentrazione del potere, dell’emarginazione rispetto al possesso di fattori indispensabili per lo svolgimento di iniziative creative. La sfida consiste nell’estendere le libertà a settori sociali che non l’hanno mai conosciuta e nel far sviluppare individui in cui non predomini lo spirito possessivo e competitivo ma una coscienza solidale.
Per le masse subordinate la via verso la libertà individuale passa, in gran parte, per la formazione di organizzazioni intermedie, di comunità e associazioni attraverso cui possano accumularsi i mezzi e i fattori necessari per la realizzazione di progetti e iniziative economiche in cui le persone amplino quelle capacità e competenze di gestione che non hanno avuto opportunità di sviluppare.
Sembrano anche necessari il consolidamento della società civile, l’ampliamento della sua autonomia rispetto alla società politica, la democratizzazione dell’economia e del mercato, la riduzione della dimensione e delle funzioni dello Stato, la decentralizzazione del potere. Nella direzione di tutti questi processi, la partecipazione costituisce un elemento decisivo e l’economia di solidarietà un contributo efficace.
La costruzione dell’economia di solidarietà attraverso la partecipazione
Vediamo ora in che modo, attraverso la partecipazione, si costruisce economia solidale e come quest’ultima può costituire una strada attraverso cui gli spazi di libertà si amplino, la società civile si rafforzi, l’economia e lo Stato si democratizzino e il potere sia decentrato e suddiviso socialmente.
La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, delle comunità ai processi di sviluppo che le riguardano, dei cittadini alle decisioni del settore pubblico, ecc., implica un progressivo ampliamento del campo d’azione e della responsabilità dei subordinati, che incrementano il controllo da essi esercitato sulle proprie condizioni di vita. Sono processi attraverso i quali l’attributo dell’autorità viene recuperato per se stessi da parte di coloro che hanno la capacità di delegarlo. Come conseguenza della partecipazione, il potere diventa meno concentrato e si decentra.
In realtà, l’unico modo realmente effettivo di decentrare il potere è il suo progressivo recupero da parte di chi non lo detiene. Infatti, se il potere non è un attributo di coloro che lo detengono, non sono questi che possono distribuirlo. Ecco perché la decentralizzazione effettiva del potere deve verificarsi dal basso verso l’alto e non viceversa. Se la gestione e la direzione fossero delegate dai pochi che le esercitano, è certo che più persone potrebbero essere coinvolte nel loro esercizio; ma coloro che sono chiamati a esercitarle lo farebbero in nome e agli ordini di quei pochi da cui le hanno ricevute e ai quali devono rendere conto del proprio agire; potrebbero inoltre essere rimossi dagli incarichi conferiti loro nel caso adottassero decisioni che non corrispondono ai desideri e alle intenzioni dei loro superiori. Non bisogna, dunque, confondere la partecipazione con la cooptazione.
Naturalmente, se il potere è una relazione sociale, la sua suddivisione sociale potrà essere facilitata nella misura in cui coloro che lo hanno accentrato siano disposi a condividerlo e a ridurre i propri privilegi. Il recupero del potere da parte dei subordinati potrà allora verificarsi in modo meno conflittuale; ma saranno sempre questi ultimi i protagonisti del processo. La partecipazione, come la libertà, è un processo inerente al soggetto che la assume, che si sviluppa e cresce attraverso il suo esercizio.
Quindi, un processo di diffusione sociale del potere effettuato in questo modo non dà luogo all’atomizzazione e alla dispersione della società in soggetti indipendenti carenti di articolazione, ma a un nuovo tipo di ordinamento e di organizzazione della società, in cui l’ordine sociale si costruisce dal basso verso l’alto. Infatti, ogni individuo recupera il controllo e il potere su quelle attività ed esperienze che può realizzare indipendentemente; ma non soltanto queste richiedono una direzione. Molte attività non possono essere realizzate da persone sole ma richiedono l’organizzazione e l’associazione di vari soggetti interessati, i quali contribuiranno a seconda delle proprie diverse disponibilità e capacità. Naturalmente, in tali attività la gestione e la direzione deve spettare al gruppo, che potrà stabilire un sistema decisionale che combini delega e partecipazione in una proporzione considerata appropriata ed efficace. Altre attività e processi di maggiore entità richiederanno il concorso di vari gruppi e organizzazioni, che si coordineranno e coopereranno in qualche modo, sempre restando necessarie le funzioni direttive. Per questo cammino di aggregazione e integrazione di volontà, la società si articola verso l’alto, fino a giungere al livello della società globale, che implica decisioni che interessano e riguardano tutta la collettività.
In questa costruzione della vita e dell’ordine sociale che procede dal basso verso l’alto, la gestione si organizza secondo il criterio in base a cui tutto ciò che può essere realizzato da un individuo o un gruppo piccolo deve essere gestito dallo stesso individuo o gruppo; le attività che non possono essere realizzate da una organizzazione piccola, ma che richiedono il concorso di persone e organizzazioni associate a un livello più ampio, saranno gestite a tale livello superiore. Così, l’ordine sociale si costruisce dal piccolo al grande, secondo il criterio in base al quale in ciascun livello di organizzazione che abbia unità di senso la gestione delle attività spetta ai suoi componenti. Questa è la forma massimamente perfetta di costruzione dell’ordine sociale, perché è quella che permette il maggior sviluppo delle capacità e il massimo impiego delle potenzialità di ogni persona e ogni comunità.
Nell’enciclica Quadragesimo anno viene stabilito il principio di sussidiarietà nei seguenti termini: «È ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare». La ragione di ciò è proprio il fatto che la realizzazione e la direzione di attività e processi impiega le capacità di coloro che le realizzano e dirigono; al contrario, se qualcuno che potrebbe realizzare e dirigere un’attività non lo fa, ma trasferisce o delega la responsabilità a un’organizzazione maggiore, sarà questa ad accrescere le proprie forze e ad aumentare il proprio potere, mentre il primo perderà le sue capacità perché non usate: saranno così state poste le basi per una relazione di dominio e subordinazione. Si verificherà una diminuzione della libertà nella persona o comunità minore e un aumento del potere in coloro che gestiscono la società maggiore.
Il modo di organizzazione e sviluppo dal basso verso l’alto è quello che avviene nell’economia di solidarietà. Infatti, l’organizzazione e cooperazione tra più persone per realizzare insieme determinate attività avviene con l’obiettivo di unire le capacità e le risorse necessarie per organizzare ed eseguire quello che una persona sola non è in condizioni di fare.
Nell’economia di solidarietà tale cooperazione si verifica in modo orizzontale, senza l’instaurarsi di relazioni di dominio-subordinazione, perché tra i partecipanti all’attività si costituisce un’associazione o comunità condivisa, un soggetto collettivo alla cui attività e direzione partecipano tutti quelli che lo compongono.
Questo principio di partecipazione e solidarietà viene a complementare e perfezionare il principio di sussidiarietà, che di per sé non è sufficiente ad assicurare la crescita delle persone; perché anche quando un’organizzazione è diretta da se stessa e non delega responsabilità su ciò che può fare, se in essa esiste una separazione tra chi esegue e chi comanda, si produce lo stesso effetto di sviluppo indebito del potere di coloro che stanno sopra e di inibizione dello sviluppo di coloro che restano subordinati.
Poiché nell’economia di solidarietà esiste un minimo di delega e un massimo di partecipazione, si costruisce per suo tramite un ordine sociale e politico con minore separazione tra dirigenti e diretti, bassa concentrazione del potere e massimo impiego delle capacità di tutti. I motivi della partecipazione orientano, quindi, verso la strada dell’economia di solidarietà, strada attraverso cui la pratica stessa della partecipazione fa transitare.
Qualcuno potrebbe obiettare che tutta questa concezione della partecipazione e della cooperazione nell’esercizio della gestione risulta utopica, ogni volta che le persone concrete chiamate alla partecipazione siano prive delle capacità e delle competenze richieste per una gestione efficiente, e spesso perfino dell’interesse e della volontà di partecipazione. Dobbiamo ammettere che effettivamente è così. Ma la nostra analisi ci ha mostrato esattamente qual è la causa di una situazione che mantiene limitate e ridotte le capacità delle persone oltre a immiserire i loro desideri e la loro volontà di partecipazione: proprio la concentrazione del potere e la mancanza di partecipazione. Allora lo stesso argomento contro la partecipazione diventa una ragione in più per sollecitarla in modo urgente e prioritario, in un processo che potenzierà insieme la partecipazione, le capacità e gli interessi di chi la effettuerà. Tenendo conto dell’aspetto importante e prioritario dello sviluppo umano che si ottiene attraverso la partecipazione, diventano giustificabili anche alcune transitorie perdite di efficienza che potranno verificarsi rispetto ad aspetti e processi materiali avviati.
Ciò che è veramente importante tenere in considerazione a partire dal suddetto argomento è l’utilità che il processo della partecipazione vada sempre costantemente e gradatamente crescendo, poiché nelle fasi iniziali e quando le persone o i gruppi presentano bassissime capacità di effettuarla, il costo in efficienza potrebbe risultare eccessivo. Sarà, dunque, conveniente avanzare nella partecipazione dal piccolo al grande, dall’inferiore al superiore, in un processo di apprendimento e ampliamento progressivo delle capacità e competenze di gestione.
La strada della partecipazione segue un percorso in salita in cui le prime tappe sono più difficili e rischiose delle successive. La saggezza sta nell’instaurare e nell’intraprendere la partecipazione a livelli che non risultino così complessi che le persone e i gruppi non siano in grado di risolvere e decidere in modo adeguato, ma che siano sufficientemente esigenti perché le loro capacità siano messe alla prova e stimolate fino alla crescita.