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In quale direzione si avanza seguendo le strade dell’economia di solidarietà?
Abbiamo analizzato le dieci principali strade dell’economia di solidarietà. Esse partono da situazioni e problemi diversi che coinvolgono immense moltitudini di persone: i poveri e gli emarginati, i privilegiati e i ricchi, i lavoratori, quelli che cercano partecipazione, che aspirano a una società migliore, che promuovono lo sviluppo, le donne, le famiglie, quelli che si preoccupano dei problemi ecologici, le etnie e i popoli originari, quelli che vogliono vivere la fede e l’amore fraterno. Da queste diverse situazioni, all’interno di questi grandi insiemi umani, nascono gruppi di persone che, facendosi carico di problemi reali e attuali della loro stessa realtà, cominciano a sperimentare nuove forme economiche incentrate sul lavoro e sulla solidarietà.
Coloro che iniziano a transitare per queste strade sono inizialmente pochi: i più audaci, i pionieri, quelli che per primi si rendono conto che è possibile farlo. Essi affrontano le più grandi difficoltà, i più gravi ostacoli, perché ogni inizio è difficile: bisogna imparare tutto, avanzare a tentoni, sperimentare e pertanto sbagliare, subire l’incomprensione di coloro che non credono o che non vogliono, disporre di pochi mezzi e di scarsa collaborazione e sostegno. Ma nella misura in cui realizzano ciò che vogliono, la loro testimonianza attira anche altri che vengono ad aggiungersi e il gruppo in cammino si ingrossa. Per questi ultimi il cammino è già più facile, perché possono imparare dai primi che sono disposti a condividere le proprie esperienze e a insegnare quello che hanno imparato. Scoprire e iniziare un cammino nuovo è più difficile che seguire quello che altri hanno esplorato con successo.
Inoltre, nell’andare avanti, quelli che hanno iniziato la ricerca per una motivazione e per una particolare strada incontrano gli altri che avanzano nella stessa direzione per motivi e strade diversi. Gli uni imparano allora dagli altri e, soprattutto, si rafforzano reciprocamente nelle loro motivazioni. Quelli che costruiscono economica di solidarietà cercando di superare la propria povertà ed emarginazione, si incontrano con coloro che lo fanno cercando una società più giusta e fraterna; quelli che aspirano alla partecipazione sociale si incontrano con le donne che cercano il proprio sviluppo integrale e un pieno inserimento all’interno della società; quelli che si preoccupano dell’ecologia si incontrano con quanti sono motivati da una ricerca spirituale superiore, imparando insieme che una cosa non può essere separata dall’altra; quelli che si propongono un lavoro degno, autonomo e autogestito trovano il sostegno di professionisti e istituzioni che forniscono loro mezzi e conoscenze indispensabili; quelli che sono interessati a un altro sviluppo percepiscono che i popoli originari possiedono il segreto della loro realizzazione. Gli uni incontrano gli altri, e i dieci gruppi si vanno unificando, scoprendo la coerenza dei propri sforzi e la complementarità dei loro obiettivi: approfondiscono insieme il senso di ciò che fanno, e allora si legano, si appoggiano, organizzano incontri, formano reti.
L’incontro non è sempre facile perché ciascun gruppo sente forte e centrale la propria motivazione. Spesso non riescono a compiere una reciproca valutazione e sembra loro di non essere sulla stessa lunghezza d’onda. Ma a mano a mano che ciascuno procede per il proprio cammino finiscono per riconoscersi, perché effettivamente, e la maggior parte delle volte senza saperlo, camminano di fatto verso una stessa meta e si avvicinano sempre più gli uni agli altri ad ogni passo che compiono.
Sono partiti da luoghi diversi, le organizzazioni che creano sono diverse, ma tutti introducono solidarietà nelle loro esperienze economiche e nell’economia in generale. I processi che mettono in moto assumono nomi diversi: economia popolare, autogestione, cooperativismo, organizzazione di base, sviluppo locale, economia alternativa, movimento ecologico, sviluppo della donna, microimprese familiari, identità etnica, artigianato popolare, economia cristiana, gandhiana, ecc. È l’espressione della ricchezza di contenuti e di forme di questa ricerca polivalente. Queste e altre denominazioni hanno ciascuna un senso, ed è necessario che siano mantenute. Sono espressioni genuine di identità particolari.
Ma è necessario che dall’incontro tra loro e dal reciproco riconoscimento nasca un’identità più ampia, superiore, che includa tutti e che si esprima con un nome comune. Ciò è necessario affinché tutte queste esperienze possano incontrarsi più a fondo, per perfezionare e arricchire ciascuna il proprio significato, affinché si costituiscano come un vero settore economico capace di evidenziare la loro forza e le loro potenzialità di fronte alla società intera, affinché il significato profondo del loro contributo complementare sia meglio compreso, affinché si potenzino reciprocamente in modo più efficace, trovino il coraggio di intraprendere progetti di maggiore rilevanza e abbiano un progetto comune da realizzare tutti insieme.
Per questo abbiamo proposto l’espressione «economia di solidarietà», un’espressione che non allude direttamente a nessuna delle strade o dei gruppi, ma che indica qualcosa che tutti hanno in comune, qualcosa che di fatto tutti loro stanno realizzando e che segna la direzione verso cui si muovono.
Si potrebbe pensare che un’espressione comune non è necessaria; ma non è così. Ogni identità esige di essere espressa in parole, con un nome semplice che permetta che essa venga riconosciuta come tale da chi la costituisce e dal resto della società. Il nome stesso è in un certo senso costitutivo di un’identità. Di fatto, una realtà qualsiasi, una cosa, una persona comincia a vivere nel mondo sociale e culturale nel momento in cui le si dà un nome.
Qualsiasi nome che pretenda di essere comune a tutti provoca una certa resistenza iniziale, specialmente da parte delle singole identità che hanno paura di perdere qualcosa di proprio.
Se ne potrebbe cercare un altro, ma proponiamo questo perché ci sembra possa esprimere l’essenziale e perché conviene a tutti. Nessuno ci perde, perché la solidarietà è di fatto un elemento di tutte le esperienze che si formano lungo queste strade convergenti. E tutti ci guadagnano, perché la solidarietà è un grande valore, che esprime un anelito profondo insito in ciascuna persona e in ciascuna organizzazione sociale e che tutti possono riconoscere come proprio.
Esiste poi un’ulteriore ragione della massima importanza. Ed è il fatto che il nome che esprime l’identità condivisa da tutte queste ricerche deve avere anche la proprietà di esprimere il progetto emergente da tali realtà, e deve anche essere coerente con un progetto ancora più grande e di ampio respiro, che possa proporre o condividere con altre identità sociali che incontri nella società e nella storia. Questo ci porta a un’ultima riflessione sul progetto che può aprire o in cui si può inserire l’economia di solidarietà, fornendone la pienezza del significato.
La crisi della civiltà contemporanea
Anche se il progetto non consiste, come abbiamo visto parlando della strada delle trasformazioni e del cambiamento sociale, nella costruzione di un modello predefinito di nuova società, è importante fondarlo su una diagnosi certa della realtà sociale in cui si voglia introdurre il cambiamento. Dobbiamo, quindi, dare uno sguardo d’insieme al nostro mondo attuale.
La società moderna è caratterizzata da due grandi tendenze che hanno dominato lo scenario per un’intera epoca storica: da un lato, il predominio del capitale sul lavoro e, dall’altro, il primato dello Stato e della società politica sulla società civile. Queste due tendenze sono confluite nella costruzione di un ordine sociale che si basa su grandi strutture organizzative: la grande industria e la megaimpresa in campo economico, il grande Stato e le macroistituzioni in quello politico, i grandi mezzi di comunicazione di massa in ambito culturale. Grandi organizzazioni che comportano la massificazione degli uomini e la standardizzazione dei loro comportamenti.
In anni recenti si sono iniziati a osservare certi fenomeni e processi che vanno in senso contrario a quello indicato dalle suddette tendenze: la valorizzazione delle microimprese, la decentralizzazione di alcuni grandi impianti produttivi, la riduzione della dimensione dello Stato, la valorizzazione dell’ambito locale, la comparsa di piccoli mezzi di comunicazione resi possibili dallo sviluppo dell’informatica, ecc. Ma questi nuovi fenomeni, anche se risultano abbastanza visibili per l’importanza conferita loro dai mezzi di comunicazione sempre interessati a mettere in risalto le novità, non cessano per questo di essere secondari. Costituiscono, di fatto, l’inizio di una reazione dopo l’esacerbazione delle tendenze per lungo tempo e ancora oggi predominanti, ed essendo appunto una reazione, non fanno che confermare che sono proprio le suddette tendenze quelle che conformano strutturalmente la nostra civiltà.
Esistono, tuttavia, numerosi segnali che evidenziano una reale e profondissima crisi di questa civiltà. Una crisi che non consiste nel blocco della crescita, che di fatto continua a verificarsi, ma in una serie di squilibri tra processi che crescono in direzioni divergenti rompendo l’organicità delle strutture stabilite.
A nostro parere, la crisi di questa civiltà sarebbe causata da un insieme di processi di degrado tendenziale degli equilibri su cui si fonda l’ordine sociale, che si traducono in progressivi peggioramenti della qualità di vita e in una crescente disgregazione dei rapporti che integrano i sistemi, ma che al tempo stesso creano la possibilità di qualche tipo di alternativa.
Non possiamo approfondire in questa sede – per limiti di tempo e di spazio – l’analisi dei contenuti specifici e delle cause della crisi attuale. Ci limiteremo ad annotare alcune delle sue manifestazioni più evidenti e a mostrarne alcuni stretti legami con una struttura storico-sociale che ha imposto il primato della politica sulla cultura, dello Stato sulla società civile, del capitale sul lavoro, delle masse sulle persone, delle grandi organizzazioni burocratiche sulle comunità, della grande industria sulla piccola produzione. Ebbene, troviamo manifestazioni della crisi su vari piani:
a) Sul piano individuale si manifesta fondamentalmente nell’incapacità che l’ordine sociale costituito mostra nel dare senso alla vita e nel favorire lo sviluppo integrale delle persone. Ciò dà origine a un tendenziale degrado degli equilibri psicologici di molte persone, che si esprime nell’aumento della nevrosi, in comportamenti anomici, nel diffondersi dell’alcolismo, della droga e di altre vie di fuga, nel dilagare della delinquenza, in una certa accentuata unidimensionalità e frammentazione dell’esperienza umana.
Tentando di superare questa carenza di senso e di sviluppo integrale sono sempre più numerosi coloro che intraprendono ricerche di speranza e di crescita personale in prospettive filosofiche, religiose e spirituali, la cui origine e orientamento si trovano al di fuori dei parametri fondanti della civiltà moderna.
Vi sono molte ragioni che permettono di associare questa «crisi di senso» alle tendenze predominanti nella civiltà contemporanea. Al momento, bisogna chiedersi se lo Stato e la politica, situati al centro della vita sociale, hanno la consistenza etica e culturale sufficiente per dare un senso soddisfacente alla vita dei cittadini. Certamente, la politica può essere apportatrice di senso, come lo è stata nelle fasi di formazione delle nazionalità che suppongono e generano un’alta identificazione delle persone con la nazione e un elevato spirito patriottico, o anche nei movimenti di liberazione nazionale e di riscatto sociale che implicano la presenza di grandi ideali; ma si tratta appunto di una politica che non si basa sulla ricerca del potere o sul tentativo di controllare organizzazioni burocratiche, bensì su idee e valori superiori capaci di generare forti identità collettive.
A sua volta, il predominio del capitale, inducendo comportamenti consumistici e accumulatori di ricchezza, che implicano uno stretto calcolo di guadagni e il perseguimento della massimizzazione degli utili individuali, genera situazioni di accentuata tensione psicologica per via del conseguimento di un successo che non apporta felicità. L’uomo si pone come mezzo e non come fine a se stesso, come essere insaziabile e mai soddisfatto, come ricercatore costante del piacere e non come essere creativo che si realizza proiettando in maniera costruttiva le sue potenzialità.
b) Sul piano sociale la crisi della civiltà attuale si manifesta nella crescente incapacità dell’ordine costituito di generare forme di rapporti comunitari che permettano la soddisfazione dei bisogni di convivenza, e nella sua accentuata inadeguatezza nell’integrare le istanze primarie e intermedie di associazione in un ordinamento sociale che canalizzi la preoccupazione e l’azione dei diversi gruppi verso obiettivi di bene comune. Non soltanto si verifica una grave carenza di forme comunitarie di associazione, ma perfino la famiglia, unità fondamentale di ogni forma di associazione e integrazione sociale, sperimenta squilibri e tensioni che le impediscono di sostenere processi e progetti condivisi dai suoi membri.
Il collegamento tra questa crisi della condivisione e l’esacerbazione delle tendenze dell’ordine sociale costituito è abbastanza ovvio.
La produzione e il lavoro, estrapolati dagli ambienti familiari e dai luoghi in cui la gente vive e concentrati in grandi centri industriali, riducono le occasioni di integrazione familiare e ostacolano la formazione di vere comunità locali. L’organizzazione economica fomenta valori individualistici e, al tempo stesso, conduce alla massificazione spersonalizzante della vita sociale.
La burocratizzazione dei rapporti umani inerente alla realizzazione della maggior parte delle attività sociali attraverso grandi organizzazioni, inibisce l’instaurarsi di legami affettivi e della convivialità caratteristica dei piccoli gruppi, nonché la formazione di vere comunità di vita. Nelle grandi imprese, organizzazioni e istituzioni, le persone tendono ad associarsi in termini funzionali e a integrarsi in base a interessi corporativi.
L’integrazione delle numerose organizzazioni a base funzionale in un ordine sociale globale tende a verificarsi nei medesimi termini burocratici e funzionali. Ne risulta un ordinamento sociale meccanico e corporativo, che mantiene l’esteriorità dei gruppi e delle organizzazioni sociali senza che tra essi si stabilisca una vera comunicazione integrante.
c) Sul piano politico la crisi ha molteplici manifestazioni, diverse a seconda degli ordinamenti istituzionali di ciascuno Stato; ma possono essere evidenziati elementi critici comuni alla vita politica in base a ciò che avviene in numerosi Paesi. Il punto nodale della crisi politica affonda le radici nella crescente incapacità che lo Stato dimostra nel costituire il centro unificante dei diversi gruppi umani e culturali che compongono la società. In gradi diversi, ma praticamente in tutti i Paesi, lo Stato ha perso la sua capacità di essere espressione istituzionale della nazione. E poiché la sua consistenza e legittimità risiede in questa potenzialità integrante, lo Stato nazionale perde coerenza e alcune delle sue ragioni d’essere.
Alcune cause di questa situazione sono in relazione con le tendenze inerenti a un’economia che si internazionalizza velocemente e che fa sì che i principali soggetti che si rendono presenti sui mercati operino a livello multinazionale e abbiano i loro centri decisionali al di sopra degli Stati nazionali. In questo modo, ogni Stato nazionale vede ridursi la propria capacità di organizzare e regolare il mercato e di incidere efficacemente sulla produzione, sulla distribuzione, sul consumo e sull’accumulazione in base a obiettivi nazionali di sviluppo.
Le dinamiche stesse della politica tendono ad articolarsi internazionalmente in base a concezioni ideologiche che non rispondono a specifiche analisi e ricerche nazionali, dando luogo a organizzazioni partitiche sopranazionali di potere crescente. Il potere che le forze politiche acquisiscono in una nazione dipende sempre più dagli appoggi e dai rapporti internazionali che riescono a ottenere, e sempre meno dal loro radicamento storico nel proprio Paese.
Infine, le dinamiche culturali, gli orientamenti del pensiero e delle scienze, definite e diffuse in maniera sempre più preponderante da mezzi di comunicazione globali, configurano mondi culturali che non corrispondono a identità e spiriti nazionali, il che sfocia nella perdita progressiva delle identità nazionali su cui si fonda l’esistenza di Stati sovrani e autonomi.
Insieme alla perdita di forza «dall’alto» (indebolimento risultante dalla crescente dimensione sopranazionale dei processi e dei rapporti), lo Stato subisce anche una perdita di consistenza «dal basso», cioè dall’interno degli stessi Paesi che governa. In essi si verifica, infatti, un processo di frammentazione sociale.
Una prima grande frattura nella società si produce tra il settore integrato nella vita moderna e nei processi di globalizzazione economica, politica e culturale, e un ampio settore emarginato che ha sempre meno possibilità di inserirsi dinamicamente nelle forme di vita, nella cultura, nelle reti di comunicazione, nelle strutture politiche, nei mercati di fattori, nei circuiti di distribuzione, ecc., ufficiali e predominanti.
A questa frattura trasversale si aggiunge tutto un processo di frammentazione multiforme che divide e disperde la società in una moltitudine di gruppi minori che sviluppano forme di vita e sottoculture particolari e autoreferenziali, oltre che una varietà di interessi e aspirazioni disorganiche. Questi gruppi o settori eterogenei si mobilitano spesso per esercitare pressione, riguardo a richieste corporative, su uno Stato che non è in condizioni di soddisfarle né di comporle in alcun equilibrio razionale o in una politica coerente.
Così, le società nazionali mostrano segni di crescente ingovernabilità. Ingovernabilità che non nasce soltanto dalla conflittualità direttamente politica risultante da progetti partitici contrapposti (poiché su questo piano la composizione tra i diversi gruppi risulta possibile da effettuare nella misura in cui ciascun partito sia capace di universalizzare culturalmente e di esprimere in proposte legislative e in politiche settoriali finanziariamente realizzabili, ecc., gli interessi e le idee particolari dei settori sociali che rappresentano), ma specialmente nell’azione dei gruppi che, perseguendo il raggiungimento dei propri interessi e aspirazioni, agiscono in modo intransigente, senza un’efficace mediazione politica, carenti di una conduzione coerente che ponga i propri obiettivi e azioni particolari nell’ambito referenziale del bene comune e degli interresi generali rappresentati dallo Stato. Al limite estremo, i gruppi criminali organizzati, le organizzazioni terroristiche, i settori regionalistici o localistici estremi, ecc., generano climi di violenza e di conflitto che superano la capacità delle istituzioni di garantire l’ordine sociale indispensabile e la sicurezza dei cittadini.
d) Sul piano internazionale e planetario le manifestazioni della crisi sono ugualmente molteplici ed evidenti. La globalizzazione dell’economia e della politica avviene in un contesto di disuguaglianze impressionanti che impediscono la strutturazione di un vero ordine mondiale.
In questi anni recenti, una parte del mondo ha sperimentato il fallimento totale dei propri sistemi politici ed economici altamente centralizzati, e incontra ancora difficoltà enormi nel raggiungere un certo ordinamento minimo dei propri processi di cambiamento, sperimentando la nascita di nazionalismi a lungo contenuti oltre che un accentuato degrado delle condizioni di vita della popolazione.
Un’altra parte ancora più numerosa del mondo si dibatte da troppo tempo nel sottosviluppo e nella povertà in un ambito di instabilità politica cronica.
In tale contesto, i Paesi occidentali più sviluppati, che stanno sperimentando a loro volta processi di accentuato cambiamento politico in direzione della loro crescente integrazione regionale, vedono aumentare le proprie responsabilità sul piano internazionale senza essere in condizioni di assumersele in maniera adeguata, e finiscono chiudendosi su se stessi nel timore che il disordine mondiale imperante minacci i propri equilibri, livelli e modi di vita.
A questo quadro di grandi squilibri e di instabilità internazionale si aggiunge la drammatica situazione ecologica e ambientale, che introduce nei rapporti internazionali una componente di elevata conflittualità potenziale. Riguardando globalmente le condizioni ambientali di tutto il pianeta, il problema ecologico pone la necessità di regolamentazioni e soluzioni di carattere internazionale. Ma non esistono istanze appropriate ed efficaci in grado di imporre simili regolamentazioni e soluzioni a livello mondiale, né sembra possibile l’assunzione di norme generali che siano rispettate da tutti, in ragione delle enormi disuguaglianze tra i livelli di sviluppo economico, sociale, tecnologico e culturale.
A questo riguardo, ogni parte si sforza di rimandare alle altre la responsabilità principale del problema e i costi relativi alla sua soluzione. Mentre i Paesi ricchi denunciano l’uso indiscriminato delle risorse naturali e le tecnologie poco raffinate che si utilizzano nelle nazioni meno sviluppate, queste ultime affermano di non poter affrontare il problema su tale livello per via degli elevatissimi costi sociali; e a loro volta riportano la causa principale del problema allo sproporzionato uso di energie e consumo di prodotti esistente nei Paesi sviluppati che, da parte loro, non sono disposti a ridurre i propri livelli di consumo e di vita.
Le cause alla base degli squilibri ecologici si trovano, in realtà, in tutti i Paesi, disseminate localmente da tutte le parti; ma ciascuna di tali fonti di inquinamento ha effetti che si fanno sentire progressivamente in tutto il mondo. Ne consegue che ogni Paese si sforza di imporre agli altri restrizioni e controlli drastici e crescenti. Ciò, in assenza di una istituzione mondiale efficace, porta gradatamente all’esercizio di pressioni economiche e politiche, senza che si possa escludere l’uso della forza militare. Il problema ecologico minaccia così di diventare una nuova causa di conflittualità che acutizzerà la crisi internazionale.
Se osserviamo nell’insieme i vari piani personale, sociale, politico, internazionale ed ecologico della crisi con le loro rispettive manifestazioni, non possiamo fare a meno di giungere alla conclusione che effettivamente ci troviamo di fronte a una crisi di civiltà.
A essere in crisi sarebbero la società industriale e le forme statali moderne, e cioè quella civiltà costituitasi intorno a due grandi pilastri: la grande industria e il grande capitale in campo economico, e il grande Stato in campo politico. È la crisi di una civiltà basata sulla competizione, sul conflitto e sulla lotta; di una civiltà che pone nella conquista del potere e nell’accumulazione di ricchezza i motivi del successo che le persone e le collettività ricercano.
È realisticamente possibile e in che cosa consiste la costruzione di una nuova civiltà?
Dalla diagnosi di una crisi di civiltà scaturisce la necessità che il progetto di trasformazione si orienti verso la prospettiva di una nuova civiltà. Ma non vi è in ciò una contraddizione con quanto abbiamo affermato prima, e cioè che il cambiamento possibile ed eticamente appropriato non può avere la pretesa di essere globale e totalizzante? Non è forse la civiltà qualcosa di ancora più grande e totalizzante di qualsiasi ordine sociale definito a livello nazionale e statale?
Non è stata la globalità del cambiamento il concetto verso cui abbiamo espresso le nostre obiezioni, ma la pretesa di realizzarlo in base a un modello globale predefinito, al quale bisogna sottomettere e adeguare la realtà, e l’idea che siano portatori dello stesso determinati soggetti sociali o storici che per metterlo in pratica devono conquistare il potere politico. Quello che rappresenta invece un problema più serio si riferisce alla possibilità che un’azione di trasformazione che si postula debba svolgersi dal basso verso l’alto, attraverso attività creative, valorizzando la piccola scala nella costruzione di unità economiche e sociali personalizzate e comunitarie, contribuisca efficacemente a un cambiamento così generalizzato e multiforme come quello che implica la creazione e lo sviluppo niente meno che di una nuova civiltà.
Per affrontare questo problema è necessario comprendere in che cosa consiste una civiltà e quali devono essere le dimensioni, i contenuti e le forme della nuova civiltà che si vuole creare. Riguardo al primo aspetto, lo studio delle civiltà passate e la riflessione sulla crisi della presente permettono di identificare come elementi costitutivi di una civiltà, in termini storici, i seguenti:
a) Una certa unione tra teoria e pratica, cioè l’esistenza di un ordine sociale storicamente duraturo in cui si manifesti un certo livello fondamentale di coerenza tra i modi di pensare e i modi di agire, tra le forme della coscienza sociale e i sistemi reali di azione.
Una civiltà è, infatti, una grande unità sociale che richiede una concezione del mondo sufficientemente ampia e profonda che la integri, capace di unificare i numerosi gruppi umani che la compongono, di dar senso alle loro vite e di articolare la loro azione storica e sociale. Tale unità socio-storica non può esistere quando a un modo di pensare o a una concezione del mondo affermati a parole e riconosciuti ufficialmente, non corrisponde un sistema di fini e mezzi pratici incarnati nella vita e nell’azione, cioè quando i comportamenti sociali diffusi si conformano a modi di pensare impliciti che contraddicono il sistema di idee affermato verbalmente o riconosciuto pubblicamente. La scissione tra teoria e pratica evidenzia l’esistenza di un sistema culturale contraddittorio, di una coscienza sociale duplicata, di una realtà sociale disgregata e conflittuale.
b) Una relazione organica tra dirigenti e diretti, che non è altro che l’espressione sociale e istituzionale dell’unità tra teoria e pratica. La separazione e perfino la contraddizione attiva tra dirigenti e diretti rivela sempre una crisi di civiltà, che riflette il fatto che i gruppi dirigenti della società non sono espressione delle moltitudini sociali, che il comportamento e i modi di pensare degli uni e degli altri si svolgono in base a logiche diverse e che, di conseguenza, i settori dirigenti della società si mantengono tali mediante la coercizione e la limitazione delle libertà del popolo; in altre parole, non vi è conformità tra il popolo e le istituzioni, tra le moltitudini e il sistema di guida della società.
L’unica garanzia possibile della suddetta organicità è l’esistenza di una cultura relativamente omogenea tra gli uni e gli altri, in cui le manifestazioni culturali superiori e più elaborate siano l’espressione decantata, raffinata e coerente della cultura popolare, e le prime si socializzino ampiamente, portando il popolo a livelli sempre più alti di cultura ed educazione. Che non ci sia dunque una cultura diversa o opposta tra gli intellettuali e la gente semplice, e che il sistema di idee generali che governano la vita della grande unità sociale abbia radici storiche profonde.
c) Una coerenza strutturale tra economia, politica e cultura, conseguenza dei due elementi precedenti e consistente nell’esistenza a livello d’insieme della società (ossia delle condizioni storico-strutturali date e dei progetti di sviluppo e trasformazione), in un sistema organico di azione in base al quale le attività produttive, connettive e creative si articolino in armonia ed equilibrio.
L’economia, la politica e la cultura devono creare condizioni per il loro sviluppo reciproco e si devono potenziare a vicenda, senza entrare in conflitti strutturali tra loro. Naturalmente, in ogni formazione economico-politico-culturale socialmente divisa, questi tre sistemi di relazioni non possono articolarsi in completo equilibrio e stabilità, poiché diverse forme di conflitto non cesseranno di manifestarsi conferendo dinamicità alla società. Per questo, il carattere progressivo di una civiltà sarà dato dal più alto grado storicamente possibile a partire dalla situazione esistente, dalle condizioni di giustizia economico-sociale, dalla partecipazione politica e dall’unità culturale.
Considerando questi tre elementi fondanti e costitutivi di una civiltà, esaminiamo quali possono essere i cammini che conducano a essa e i contributi che alla sua creazione potrebbe dare l’economia di solidarietà.
La forma unificante di una civiltà latinoamericana
Una questione preliminare, che è imprescindibile affrontare, mira a identificare le dimensioni della società unificata nei termini di una nuova civiltà possibile. Questo interrogativo circa la dimensione dell’unità societaria costitutiva di una civiltà è fondamentale, perché dalla risposta che se ne ottiene dipende la possibilità stessa della sua realizzazione.
Per rispondervi è necessario ricordare quanto abbiamo segnalato riguardo alla crescente insufficienza della dimensione nazionale delle unità societarie in cui si esprime la civiltà moderna. Ciò porta a pensare che la nuova civiltà si debba esprimere necessariamente in unità sociali più ampie di quelle costituite da uno Stato nazionale. Inoltre, bisogna tenere conto della grande disparità di condizioni e gradi di sviluppo esistenti nelle diverse zone del mondo, come anche delle contraddizioni esistenti tra loro. In ragione di ciò, non sembra realistico pensare a una sola unità societaria di dimensioni mondiali, capace di esprimere unitariamente i contenuti formali costitutivi di una civiltà.
Definita da entrambi i lati, e considerando la tendenza effettivamente in corso con la configurazione di grandi unità regionali che raggruppano nazioni di uno stesso continente o subcontinente che presentano simili condizioni, problemi e sfide, sembra che la nuova civiltà che emerge dalla crisi della civiltà attuale tenderà a costituirsi in dimensioni regionali. La nostra, in tal senso, dovrebbe assumere la dimensione latinoamericana.
Questo significa, in altre parole, che i tre elementi formali di una civiltà si sviluppano in dimensioni latinoamericane in modo tale da configurare nel subcontinente una unità societaria integrata. Consideriamo che cosa significa ciò e che cosa potrebbe implicare.
Si pone innanzitutto la questione della identità latinoamericana, vecchio problema periodicamente riformulato nella regione da qualche pensatore che mantiene vivo il progetto bolivariano; problema impossibile da risolvere nell’ambito di una civiltà costituita da unità statali-nazionali separate; problema che acquisisce nuova rilevanza nella prospettiva delle nuove civiltà regionali emergenti.
Il problema non consiste soltanto nel superamento dei vincoli storici e strutturali di dipendenza e subordinazione dai diversi imperialismi (come fu considerato dal punto di vista degli Stati nazionali nell’ambito della civiltà moderna). Si tratta piuttosto e soprattutto della ricerca di una forma integrante, cioè dell’elaborazione teorica e pratica di un sistema proprio di significati che fornisca un senso unificato, una struttura organica e una direzione di sviluppo coerente, all’insieme delle attività economiche, politiche e culturali della regione: nella prospettiva di una nuova civiltà latinoamericana.
L’America Latina non possiede ancora una forma, è priva di un’unità culturale e istituzionale in grado di garantire lo sviluppo autonomo della regione.
Agli inizi del secolo passato, conclusasi con l’indipendenza la fase storica coloniale, le forze autonomiste si trovarono dinanzi al compito di edificare un ordine politico, intellettuale e morale di tipo nuovo, che avrebbe dovuto condurre verso unità e coerenza le varie componenti culturali che avevano contribuito all’ottenimento dell’indipendenza. Nelle condizioni culturali e politiche di quel tempo, tale ordine non poteva non assumere le forme e i contenuti dello Stato nazionale secondo i modelli che si erano sviluppati in Europa e tipici della civiltà dominante. Si costituirono più di venti Stati nazionali nella regione, indipendenti e separati tra loro.
Ci furono, in realtà, tentativi e ricerche federalistiche e integranti, ma predominarono le ragioni nazionali: la ridotta densità demografica degli immensi spazi geografici, le difficoltà di comunicazione e trasporto, il precario e disorganico sviluppo economico, l’orientamento della produzione all’esterno, rendevano impossibile la costituzione di una forma latinoamericana unificante.
La forma degli Stati nazionali dopo quasi due secoli di sviluppo è solidamente stabilita ed è una realtà che continuerà a esistere anche in futuro. Ma è contraddistinta da limiti strutturali che derivano dalle sue origini e che sono ancor più radicali di quelli che abbiamo segnalato analizzando la crisi della civiltà attuale.
A differenza di quanto succedeva in Europa, dove esistevano formazioni etniche unificate, istituzioni storicamente consolidate e tradizioni culturali che davano agli Stati nazionali un’identità definita nella continuità della loro storia, in America Latina le nazionalità – in senso etnico, linguistico, culturale e politico – non esistevano. La società era un miscuglio di gruppi con storie diverse, ma che dovevano trovare la forma unificante. In altre parole, l’America Latina si costituiva nella molteplicità degli Stati, ma la forma Stato-nazione in ogni Paese trovava fondamenti storici e culturali insufficienti. L’unità di ogni Stato-nazione era quindi un progetto da costruire a partire dalle sue stesse fondamenta, prendendo come base di delimitazione limitrofa provvisoria quella suddivisione in regni, vicereami e capitanati che tuttavia era ideologicamente rifiutata per via del suo carattere coloniale. La scarsità di basi culturali, politiche ed economiche adeguate per la definizione delle tuttavia necessarie entità nazionali, verrà superata attraverso la decisa affermazione della volontà di creare l’unità nazionale e diventa così contenuto unificante il nazionalismo ideologico e politico esacerbato che caratterizza tutta la storia latinoamericana. Le nazioni, in queste circostanze, sono costruite dall’alto, dallo Stato.
L’esigenza di unificazione nazionale e il nazionalismo conseguente implicarono una grave tendenza a trascurare la diversità etnica aborigena, a dimenticare l’importanza di quelle formazioni etno-culturali indigene che in alcuni Paesi costituiscono la maggioranza e in altri casi minoranze demograficamente significative. Nella demarcazione dei confini, per esempio, non fu minimamente rispettata la struttura produttiva, sociale e perfino familiare dei popoli indigeni, che furono forzatamente divisi in settori che risultarono ascritti a diversi Stati, con grave degrado della loro vitalità. Reclutati quindi in eserciti nazionali diversi, spesso furono costretti a combattere tra loro senza comprendere le ragioni della loro rivalità.
L’esigenza di unificazione nazionale era prioritaria rispetto a qualsiasi altra differenziazione, di modo che l’unità si costituiva a livello ideologico e istituzionale nella logica della negoziazione delle forme unificanti e differenzianti esistenti.
Nel corso della storia l’accentuato nazionalismo politico degli Stati ha ostacolato i sempre più necessari processi di integrazione economica e culturale. Attualmente questa necessità è più che mai evidente per via della già citata contraddizione tra il nazionalismo della vita politica e l’esigenza latinoamericanista della vita economica, che richiede un mercato di dimensioni regionali capace di garantire uno sviluppo autonomo delle forze produttive.
Il superamento della nostra attuale crisi di civiltà implica pertanto la ricerca di una forma integrante, di una unità storica di dimensioni latinoamericane, capace di raccogliere in un sistema unificato di significati, integrato e coerente, gli sforzi dei popoli e delle nazioni del subcontinente orientati verso lo sviluppo economico-sociale e l’autonomia politico-culturale.
Non è questa la sede per avanzare ipotesi di contenuto riguardo all’elaborazione concreta di tale identità latinoamericana integrante. Ci limiteremo soltanto a indicare un elemento di metodo che deriva dall’analisi delle condizioni esistenti e da un concetto molto generale della civiltà da costruire.
Questa indicazione metodologica è essenzialmente la seguente: la ricerca di una forma latinoamericana integrante deve procedere non in contrapposizione rispetto alle unità nazionali costituite, ma secondo una logica di ricerca completamente diversa da quella seguita nella costruzione della forma statale-nazionale. Logica di elaborazione della forma unificante, diversa in tre aspetti essenziali:
a) A differenza delle unità statali-nazionali che si sono costituite mediante l’affermazione dell’unità contro le differenziazioni interne, ossia attraverso la negazione e l’occultamento delle particolarità etniche, culturali, economiche, ecc., l’unità latinoamericana dovrà essere cercata e costruita attraverso un processo di recupero di tutte le differenziazioni e di tutte le complessità, del pluralismo e dell’eterogeneità strutturale esistente in campo politico, economico, demografico e culturale.
La futura forma latinoamericana integrante dovrà essere tale da non rinnegare le attuali differenziazioni nazionali. Al contrario, dovrà anche recuperare quelle altre differenziazioni che sono state dimenticate ma non eliminate dal nazionalismo predominante.
b) Una seconda differenza nella logica di elaborazione dell’unità consiste in questo: mentre nella costruzione degli Stati nazionali non era possibile guardare al passato e alle tradizioni per trovare l’identità (essendo allora l’entità nazionale qualcosa di completamente nuovo, tutta da inventare), la forma integrativa latinoamericana potrà essere individuata e costruita proprio mediante una reinterpretazione critica della sua storia sin dalle origini. Sarà necessario, cioè, ritrovare la propria identità rivisitando con l’intelletto e recuperando nella coscienza collettiva la storia latinoamericana nelle sue varie fasi.
A tale riguardo, bisogna riconoscere che la cultura latinoamericana non ha ancora preso del tutto coscienza e non ha accettato le proprie origini e il proprio passato coloniale, e ciò impedisce di raggiungere un’adeguata comprensione e una giusta valorizzazione della propria identità. L’America Latina, infatti, non nasce come pura espressione della cultura europea, ma è il risultato dell’incontro conflittuale, costituente e ancora attivo, tra le civiltà e le culture autoctone e la civiltà e la cultura occidentale, ragion per cui, dinanzi all’attuale crisi della civiltà, sorge l’esigenza di riappropriarsi criticamente di tutta la propria storia e la propria cultura, per riscoprire l’identità e per individuare le alternative possibili: i modi, i condizionamenti e i mezzi di costruzione di una nuova razionalità storica, di una nuova civiltà latinoamericana.
c) Una terza differenza nella logica di costruzione della forma integrante latinoamericana rispetto alla forma statale-nazionale si riferisce al modo di raggiungere l’istituzionalizzazione e di ottenere l’adeguamento delle persone e dei gruppi al nuovo sistema etico-politico. Gli Stati nazionali furono inaugurati per mezzo di un’azione centrale di tipo politico, consistente nella maggior parte dei casi nella formazione di un governo e nella promulgazione di una costituzione e di corpi legali a cui dovevano conformarsi i comportamenti, i rapporti e le attività. La forma integrante latinoamericana, senza certamente rifiutare l’opportunità di determinati comportamenti di tipo giuridico predisposti dall’alto, dovrebbe organizzarsi, acquisire forme e contenuti e conformare i comportamenti dal basso, cioè attraverso un processo molto complesso e multiforme di aggregazione sociale, culturale e politica vissuto in prima persona dalle comunità e dai gruppi sociali di vari tipi che divengono soggetti di nuove azioni storiche.
La nuova civiltà latinoamericana sarà costruita dalla base mediante l’articolazione organizzativa e l’unificazione culturale delle sue componenti individuali, comunitarie e collettive. Dalle comunità e dalle organizzazioni di base dovrebbero nascere nuovi gruppi dirigenti, oltre che gli elaboratori di una cultura superiore, che diano coerenza e potenzino i movimenti storicamente significativi e i valori popolari latinoamericani, evitando la rottura tra cultura colta e cultura popolare, tra dirigenti e diretti.
Costruita attraverso un processo prolungato, ma densamente partecipativo dei popoli secondo le loro diversificate strutturazioni socio-economiche, politico-istituzionali ed etno-culturali, la forma integrante latinoamericana in formazione sarà l’espressione adeguata dei suoi reali contenuti.
L’economia di solidarietà nella costruzione di una civiltà latinoamericana di solidarietà e lavoro
È ovvio che una civiltà non si costruisce arbitrariamente né in base a progetti inventati da persone o gruppi più o meno distaccati dai reali problemi e interessi della società, ma a partire da iniziative e processi che partano dalle forze sociali esistenti e che, comprendendo i problemi reali e attuali della società derivati dalla crisi della civiltà precedente, abbiano possibilità effettive di darne le soluzioni. La nuova civiltà, o emerge già dalla crisi della precedente che fa scaturire gli orientamenti e le forze portatrici, almeno in germe, dei contenuti essenziali della nuova, o semplicemente non potrà apparire.
Ebbene, l’analisi delle dieci strade che aprono processi e movimenti orientati verso la prospettiva dell’economia di solidarietà ci ha posto di fronte a una moltitudine immensa di forze sociali, potenzialmente attivabili nella direzione verso la quale hanno iniziato a muoversi quei gruppi che all’interno di ciascuna di esse stanno sperimentando forme nuove di fare le cose, di pensare, di sentire, di valutare, di relazionarsi e di agire. Tali forze sociali sono così ampie e sono così direttamente in relazione con i grandi problemi della società latinoamericana, che è realistico pensarle come agenti potenziali di un processo storico ad ampio respiro che contribuisca efficacemente a generare una civiltà nuova.
Per le caratteristiche, i contenuti e la razionalità delle esperienze che si stanno formando lungo questi cammini è possibile identificare alcuni importanti elementi di contenuto con cui l’economia di solidarietà può contribuire alla civiltà di cui stiamo parlando.
Un primo elemento è in relazione con la caratteristica speciale che definisce queste organizzazioni come polivalenti e multiattive, in quanto combinano attività di carattere economico, sociale, politico e culturale come parte del proprio funzionamento e della propria dinamica. In tal senso, si verifica in queste esperienze la ricerca e la reale elaborazione di nuove e più strette relazioni tra economia, politica e cultura, aspetto molto rilevante in base a quanto abbiamo già affermato, nel senso che la crisi dell’attuale civiltà si caratterizza proprio per la separazione e la tendenziale contraddizione tra questi diversi livelli o dimensioni della vita sociale.
Un secondo elemento si riferisce alla centralità del lavoro nell’economia, ponendosi in questo modo l’uomo e la sua attività al di sopra delle cose e del loro valore monetario. Il lavoro supera la sua condizione subalterna e acquisisce autonomia, potendosi sviluppare per suo tramite quelle qualità di creatività e sviluppo personale che sono inerenti alla particolare dignità umana. Il lavoro così realizzato conferisce senso alle persone nell’ambito della loro attività economica e soddisfa di per sé i bisogni e le aspirazioni di autorealizzazione, al di là dell’essere semplice fonte di entrate per acquistare sul mercato i beni di consumo e i servizi indispensabili.
Un terzo elemento è in relazione con la dimensione delle organizzazioni e delle operazioni, che si realizzano nell’economia solidale su scala umana. Dicevamo che una caratteristica della civiltà moderna era la tendenza alle grandi organizzazioni, nelle quali l’uomo si sviluppa unilateralmente in quanto compie in esse funzioni sempre più specializzate e parziali, divenendo così un essere massificato e standardizzato. Il privilegiare le dimensioni piccole, oltre a favorire una maggiore integralità dello sviluppo personale, in quanto in esse ogni individuo partecipa e assume responsabilità nelle diverse funzioni e tappe del processo produttivo, fa sì che gli uomini percepiscano la propria organizzazione come qualcosa di personale, che permette loro di raggiungere un maggior controllo sulle proprie condizioni di vita.
Un quarto elemento corrisponde allo sviluppo della convivialità, all’instaurarsi di rapporti umani personalizzati e socialmente integranti, nell’ambito di associazioni e comunità che definiscono un livello di appartenenza e interazione sociale altamente soddisfacente. Si tratta di un modo di superare l’individualismo mediante la costruzione di una solidarietà sociale che non minaccia la libertà individuale, perché si costruisce direttamente sul rapporto interpersonale e non sulla suddivisione forzata degli individui attraverso l’azione ordinatrice dello Stato o di qualche altro ente fornito di potere che si eleva e agisce al di sopra delle persone. L’accesso a livelli più ampi di aggregazione sociale e di socializzazione si verifica attraverso l’instaurarsi di una relazione diretta tra associazioni e comunità, di modo che la società si costituisce e si ordina come una comunità di comunità tra loro interrelate.
Un quinto elemento si riferisce al nuovo tipo di rapporti tra dirigenti e diretti che si instaura attraverso l’ampia partecipazione delle associazioni e della comunità organizzata alla presa di decisioni che riguardano tutti. Nella civiltà emergente si supererebbe in questo modo la scissione tra la società civile e la società politica, caratteristica della civiltà moderna esacerbata dalla sua crisi. Essendo la relazione organica tra dirigenti e diretti uno degli elementi formali costituivi di qualsiasi civiltà, il contributo che in tal senso l’economia di solidarietà può dare attraverso la partecipazione e l’autogestione risulta decisivo.
Un sesto elemento è in relazione con il significativo processo di avvicinamento dei livelli di vita e di ricchezza a cui possono accendere le diverse categorie, settori e gruppi sociali che si costituiscono a partire dall’organizzazione economica. In questo senso emerge il contributo dell’economia di solidarietà alla democratizzazione del mercato, che implica una distribuzione socialmente più equa della ricchezza, del potere e della conoscenza, i tre fattori generatori della divisione e del conflitto tra le classi e i settori sociali. La civiltà emergente, nella misura in cui risulta influenzata da un elevato sviluppo dell’economia di solidarietà, sarà costitutiva di società meglio integrate, meno divise e conflittuali, senza che ciò implichi una perdita, ma piuttosto un arricchimento del pluralismo e della differenziazione sociale risultante dalle libere scelte delle persone, delle comunità e dei gruppi.
Un settimo elemento si riferisce alle caratteristiche e alle modalità che assumono i processi di sviluppo e cambiamento sociale nella nuova civiltà. In questo ambito saranno, naturalmente, impiegate anche energie orientate al cambiamento, che daranno dinamicità alla società e contribuiranno all’utilizzo delle sue potenzialità; ma l’economia di solidarietà orienterà tali energie costruttivamente e creativamente in processi decentrati e di dimensioni locali, prendendo in considerazione i problemi particolari che si presentano in ciascun luogo e le reali aspirazioni di coloro che li vivono. Lo sviluppo potrà avere luogo in senso più integrale ed equilibrato, coerentemente con il concetto di sviluppo alternativo a cui mira l’economia di solidarietà. Se i problemi della civiltà contemporanea sono in gran parte conseguenza degli squilibri che caratterizzano i suoi processi di crescita e di sviluppo, l’identificazione e la realizzazione di un «altro sviluppo» sembra essere un aspetto fondamentale di una civiltà diversa e superiore.
Un ottavo elemento allude all’instaurarsi di un nuovo tipo di rapporto tra l’uomo e la natura, mediato da un’economia che si responsabilizza riguardo agli effetti trasformatori dell’ambiente risultanti dalla produzione, della distribuzione e dal consumo. Potrà trattarsi di una civiltà che assume la natura come un tutto vivente che deve essere rispettato nei suoi equilibri e processi, e non come una realtà articolata meccanicamente e composta da elementi ed energie materiali suscettibili di essere dominati e utilizzati indiscriminatamente dall’uomo. Se la questione ecologica è forse quella che con maggiore imperiosità e urgenza pone la necessità di una civiltà diversa, il contributo dell’economia di solidarietà potrebbe essere realmente cruciale.
Un nono elemento corrisponde al consolidamento di una nuova situazione della donna e della famiglia, che potranno sviluppare la loro identità e le loro potenzialità in tutti gli ambiti della vita sociale, politica, economica e culturale, nel contesto di rapporti equilibrati tra i sessi e le generazioni. La civiltà emergente si caratterizzerà allora per la presenza non subordinata dell’elemento femminile, che contrassegnerà con il suo stampo i rapporti e i processi sociali in un modo storicamente originale. Nella civiltà moderna la famiglia ha cessato di essere al centro e di essere il sostegno della socializzazione, come era avvenuto in tutte le civiltà precedenti. Recuperare la sua centralità nelle diverse dimensioni dell’attività sociale, come di fatto comincia a succedere con l’economia di solidarietà, forse è una delle sorprese che ci riserva la civiltà emergente.
Un decimo elemento è in relazione con la necessità che la nuova civiltà latinoamericana valorizzi la diversità etnica e culturale costitutiva della regione. Nella misura in cui l’economia di solidarietà affonda le sue radici, si nutre e rafforza le sue ricerche nel contatto con le forme economiche dei popoli originari, il suo apporto potrà essere decisivo nella prospettiva della ricerca e dell’elaborazione di quella forma integrante che esprima l’identità di un’America Latina unificata secondo una logica di integrazione inversa rispetto a quella che ha portato alla formazione degli Stati nazionali del subcontinente.
Un ultimo elemento fa riferimento alla dimensione spirituale della civiltà, quella in cui le persone, i gruppi e le società trovano o danno senso a ciò che fanno e che vivono, che sembra essere effettivamente la ragione definitiva per la quale la civiltà attuale sta morendo. L’economia di solidarietà riscatta una concezione dell’uomo come persona libera aperta alla comunità, soggetto di bisogni e aspirazioni personalizzanti nelle dimensioni personale e comunitaria, corporale e spirituale della propria natura costitutiva, capace di attuare secondo valori superiori, che non cerca unicamente il proprio utile personale, ma che ama anche i propri simili e si apre ai loro bisogni, che si preoccupa del bene comune e si proietta verso il trascendente. I valori del lavoro e della solidarietà sono elementi fondanti dell’economia di solidarietà, e possono essere essi stessi a sostenere la nuova civiltà latinoamericana, che potrebbe così diventare una civiltà della solidarietà e del lavoro.