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Il difficile e conflittuale rapporto tra spiritualità ed economia
Dopo vari decenni di predominio del materialismo teorico e pratico, preparato da vari secoli in cui il pensiero colto e la coscienza collettiva si sono gradatamente spostati dai valori ai fatti, dall’idealismo al pragmatismo, dalla filosofia alla scienza positivista, sembra aver avuto inizio in molti luoghi del mondo un processo di ricerca orientato al recupero delle dimensioni spirituali dell’uomo. È come se quest’ultimo, per troppo tempo sommerso dalle preoccupazioni materiali della vita, sentisse nuovamente e con forza il bisogno di trovare un senso trascendente della propria vita e di proiettare la propria coscienza verso esperienze nuove e più elevate.
È ovvio che l’accentuata preoccupazione degli uomini per le dimensioni materiali dell’esistenza è strettamente in rapporto con le tendenze e gli orientamenti che hanno predominato nell’economia per un’intera epoca storica. Il dinamismo acquisito dai processi economici ha fatto deviare l’attività umana verso la ricerca del progresso e del benessere materiale. In un contesto di accentuata competitività economica tra gli individui, i gruppi sociali e le nazioni, ogni persona e ogni soggetto sociale si trova spinto a concentrare la propria attenzione e il proprio impegno nel raggiungimento del successo economico, al quale si associano direttamente il prestigio e le aspettative di realizzazione in diversi aspetti della vita sociale. In questo ambito altamente competitivo, le persone e i gruppi si trovano in ogni momento dinanzi alla situazione di dover avanzare o retrocedere, di porsi al di sopra dei propri simili o di essere da essi superati, di emergere o di essere distaccati.
Coloro che in una tale competizione riescono ad aver successo acquisendo livelli crescenti di ricchezza, trovano in questa motivi sufficienti di soddisfazione. Possedendo sempre più, entrano in una dinamica per la quale ogni nuovo risultato, ogni nuova acquisizione genera in loro uno stato di eccitazione e di piacere che, tuttavia, diventa subito insufficiente: una nuova meta, un nuova ascesa, un livello un po’ più alto di quello già raggiunto appaiono come obiettivi che richiedono un nuovo sforzo e che riempiono per un altro periodo, sempre transitorio, l’esistenza. L’avere sempre più, l’acquisire una posizione sempre più elevata nella scala sociale segnano il cammino di una vita costantemente pressata dalle esigenze inclementi del successo. Retrocedere in qualcosa, scendere di livello o perdere un’opportunità, anche se ciò non implica nei fatti un cambiamento realmente significativo nella quantità di beni disponibili o nella soddisfazione dei bisogni oggettivi, diventa un motivo di timore e di angoscia, perché comporta il fatto che altri si pongano al di sopra e comincino a guardar e dall’alto in basso.
D’altro lato i poveri, quelli che restano ai margini della dinamica dell’arricchimento costante e vedono che le loro vite si stabilizzano nella precarietà e nell’essere privi perfino dell’essenziale, si trovano ad affrontare la necessità di lottare per la sussistenza quotidiana, senza altro orizzonte che quello del giorno per giorno. La loro esistenza è costantemente minacciata, e devono rivolgere tutti i loro sforzi ad assicurare, sempre per il presente, la soddisfazione dei bisogni fondamentali della propria famiglia. Non rimane tempo per lo spirito, per elevarsi al di sopra dell’esistenza quotidiana alla ricerca di valori e ideali trascendenti.
Certo, non tutti si lasciano trasportare da questa corrente di materialismo e consumismo. Esistono persone, comunità, istituzioni, chiese, che mantengono vive le dimensioni superiori della vita personale e sociale e perseguono attivamente il risveglio spirituale dell’uomo e della società, promuovono il senso comunitario e la solidarietà, sviluppano esperienze che trascendono l’individualismo e il puro perseguimento del benessere materiale. Lo fanno basandosi su concezioni filosofiche e credenze religiose diverse, delle quali le più importanti e diffuse in America Latina sono quelle che si ispirano alla fede cristiana.
Per molto tempo, queste ricerche di spiritualità e di senso comune instaurarono con il mondo dell’economia un certo rapporto di antagonismo o, perlomeno, un attento distacco, a motivo degli orientamenti in esso predominanti. Infatti, le strutture, le attività e i comportamenti economici spesso contraddicono i valori e i principi difesi dal cristianesimo e dalle ricerche umanistiche e spirituali in generale. L’osservazione della realtà economica dal punto di vista di questi valori e principi mette in chiaro l’esistenza di un grave sfruttamento dell’uomo, la sua riduzione a semplice fattore strumentale di produzione, l’esacerbazione dell’individualismo nei rapporti sociali, la ricerca della ricchezza materiale e del successo economico come meta che soppianta il perseguimento razionale della felicità, la sottomissione degli uomini alle presunte leggi oggettive del mercato o della pianificazione, l’alienazione o oggettivazione del soggetto. Così, è nell’economia che si osserva il massimo distacco del comportamento pratico e delle forme di pensare e di sentire rispetto a quelli proposti dal messaggio cristiano.
Nei confronti dell’economia, queste ricerche spirituali e comunitarie svilupparono dunque un atteggiamento critico più o meno sistematico e – soprattutto tra i giovani e nei settori popolari – è emersa la tendenza a considerare con sospetto il dedicarsi agli affari e ad attività imprenditoriali. Il rapporto che è andato instaurandosi con l’economia è stato piuttosto esterno e conflittuale: come denuncia delle ingiustizie che in essa si producono, come esercizio di una pressione morale che esige correzioni nei modi di operare stabiliti, o piuttosto in termini di azione sociale, come tentativo di ovviare alla povertà di quanti subiscono ingiustizie ed emarginazione mediante attività assistenziali, promozionali o di coscientizzazione, o cercando di riscattare il valore del lavoro e di invertire la sua oggettiva subordinazione al capitale tramite l’organizzazione dei lavoratori. Ma la realizzazione di attività economiche in prima persona, la costruzione e l’amministrazione di imprese difficilmente erano considerate un modello di attuazione pratica del messaggio cristiano, una vocazione peculiare nella quale i cristiani potessero rendere concreti valori, principi e impegni evangelici.
L’esigenza spirituale di un altro modo di fare economia
Per un certo tempo le ricerche spirituali e religiose, minacciate dalle tendenze secolarizzanti della cultura moderna e dall’invasione del positivismo in tutti gli ambiti della vita sociale, economica e politica, si richiusero tendenzialmente nella sfera della vita privata o negli spazi interni della coscienza. La situazione è sostanzialmente cambiata da quando – ormai da diversi decenni – i cristiani hanno preso coscienza del fatto che non è possibile vivere la fede e l’amore su un piano puramente interiore, ma è indispensabile manifestarli e tradurli nei comportamenti che costituiscono la vita reale delle persone, dei gruppi e delle società. E, in questo impegno, si comprende subito che non basta l’azione e la presenza puramente testimoniale di quei pochi che rifiutano di vivere in base al materialismo edonista predominante, perché lo spirito in generale e il cristianesimo in particolare hanno una inerente vocazione all’universalità.
Il primo ambito in cui si è espressa l’aspirazione a rendere presenti «nel mondo» i valori e i principi spirituali e cristiani è stato quello della politica – che in realtà non era mai stato completamente abbandonato – e la sua manifestazione più evidente risultò essere la formazione di partiti di dottrina o ispirazione cristiana. In stretta correlazione con l’ambito politico si è sviluppata anche una consistente presenza nel mondo delle comunicazioni. Attualmente l’impegno e la forte dedizione alla politica e alle comunicazioni sono pienamente legittimati e stimolati tra i cristiani. Non è ancora così nell’economia e nel mondo imprenditoriale, dove sono ancora presenti forti riserve e non si è indagato a fondo su quali sarebbero le esigenze di rinnovamento e trasformazione profondi che emergono dalle istanze evangeliche. In conseguenza di ciò, l’azione principale si è limitata all’ambito della formazione della coscienza individuale degli imprenditori, affinché assimilino certi postulati e valori di dottrina sociale che dovrebbero tenere presenti nel prendere decisioni specifiche nelle attività e nelle organizzazioni economiche che dirigono.
Ma il problema è molto più profondo. Non basta, da un lato, la valorizzazione spirituale e cristiana del lavoro, anche se è senza dubbio importante ogni sforzo che si compie per rispettarne la dignità e ottenere un giusto trattamento. Non basta, perché nell’economia il lavoro non può esistere da solo, ma in rapporto con gli altri elementi necessari alla produzione, combinato e organizzato in unità economiche o imprese, e tutte insieme esse formano parte di un complesso sistema economico di produzione, distribuzione, consumo e accumulazione. D’altro canto, non basta neanche formare la coscienza interiore degli imprenditori, anche se è importante che le loro decisioni siano influenzate da principi e valori umanistici e cristiani. Non basta, perché essi operano in un tipo di organizzazione – l’impresa – e di articolazione economica – il mercato – che li condiziona con tale forza che non possono cessare di agire e decidere in base ai criteri predominanti nell’economia senza correre il rischio di vedersi seriamente pregiudicati e, alla fine, esclusi da essa per inefficienza.
Ciò che oggi comincia a essere percepito con crescente chiarezza dal punto di vista di coloro che aspirano a vivere l’economia in conformità con i valori e i principi spirituali e cristiani, è il bisogno di impegnarsi comunitariamente o associativamente nella creazione e nello sviluppo di imprese di nuovo tipo, organizzate in base a una razionalità economica speciale, secondo la quale forme di proprietà, distribuzione di eccedenze, trattamento del lavoro e di altri fattori, accumulazione, espansione e sviluppo, e in generale tutti gli aspetti rilevanti, sono definiti e organizzati in modo coerente con le esigenze derivanti dai suddetti principi e valori. A ciò si aggiunge anche la necessità di avviare e di sviluppare processi di trasformazione dell’economia globale, sia mediante la presenza e l’azione di queste stesse imprese alternative, sia attraverso azioni che si svolgono a livello di mercato e politiche economiche che incidono sull’economia globale e sulle sue dinamiche di sviluppo.
Siamo di fronte alla domanda e alla ricerca di un altro modo di fare economia e di un altro tipo di sviluppo, che suppongono, a loro volta, il pensare l’economia e lo sviluppo in modi nuovi.
Ebbene, non è difficile comprendere che tali modi nuovi di organizzare e realizzare le attività economiche si orientano nella prospettiva dell’economia di solidarietà e lavoro. Infatti, le ricerche spirituali e religiose promuovono i valori dell’amore e della solidarietà tra gli uomini, valorizzano il lavoro umano come espressione della dignità dell’uomo e fonte di importanti virtù, stimolano il senso di comunità, fanno risaltare la gratuità e la donazione come espressioni superiori di fraternità, promuovono un certo distacco dai beni materiali e un consumo responsabile di questi ultimi in funzione di soddisfare con equilibrio e in modo integrale i bisogni umani. Coincidono, così, con il nucleo stesso dell’economia di solidarietà.
Comportamento economico e forme e livelli di coscienza
Il cammino dello spirito verso l’economia di solidarietà ha radici ancor più profonde, che appaiono dinanzi alla riflessione sui nessi sottili che legano la vita e la coscienza, i comportamenti personali e sociali con i modi di pensare e di sentire. Come sappiamo, questo è un problema cruciale di qualsiasi ricerca spirituale che non si limiti a una dimensione puramente intimistica, ma che vuole proiettarsi nella vita concreta degli uomini e della società.
La questione può essere posta nei termini seguenti. In qualsiasi tempo e luogo, gli uomini nascono e vivono in un mondo che non hanno creato, in circostanze e condizioni storiche determinate che esigono da loro e impongono certe modalità di comportamento, certi modi di agire e relazionarsi che si «devono» adottare al fine di inserirsi nella vita sociale e di in trovare in essa un posto e una funzione. In quanto parte di gruppi sociali che si formano e agiscono nel seno di strutture economiche e sociali date, gli uomini «assumono» così una determinata cultura: valori, idee, sentimenti, modi di essere, ecc. Nel loro agire pratico si manifesta e si verifica implicitamente una concezione del mondo e della vita, un sistema di credenze e di valori relativamente coerenti, oggettivati nelle organizzazioni e nelle istituzioni di cui fanno parte.
L’individuo può non essere consapevole di tale concezione del mondo e di tali valori e credenze; può addirittura non accettarli teoricamente; ma agisce in conformità con essi, o meglio, nei margini di accettazione che essi permettono. Quando qualcuno non si comporta così si espone a ricevere un «castigo» sociale sotto forma di esclusione, isolamento, rifiuto sociale, perdita di opportunità e di prestigio, e così via.
Spesso questi modi di pensare impliciti nell’azione sono in contrasto con i modi di pensare espliciti che le persone manifestano, con le idee e i valori che hanno ricevuto dalla famiglia, dalla scuola o da qualsiasi altro agente di diffusione presente nell’ambiente culturale, o che abbiano sviluppato nella loro coscienza per proprio conto. In tal caso diremo che la loro coscienza – il loro modo di pensare – è in contrasto con il loro modo di agire, o più precisamente, che in tali persone sono presenti e operano due forme di coscienza, una implicita nel loro agire e nelle relazioni sociali, e un’altra esplicita nella loro intimità e che verbalizzano nelle loro relazioni personali.
La stragrande maggioranza delle persone si trova in una di queste due situazioni: o pensa e sente secondo la concezione del mondo che impregna la pratica e i rapporti economici e sociali dati, o ha una coscienza scissa nei termini che abbiamo appena esposto. Nel primo caso si verifica una specie di unione acritica tra il pensiero e la vita; nel secondo, una scissione tra la teoria e la pratica, tra i modi di pensare e quelli di agire.
Quest’ultima è la situazione in cui si trovano molti cristiani e in generale le persone che aderiscono esplicitamente a credenze e valori spirituali e solidali, ma che vivono adottando quelle modalità di comportamento e di relazione individualistiche e materialistiche che le forme economiche predominanti esigono. Bisogna dire che questa scissione accetta numerose sfumature e che non si verifica allo stesso modo e con un simile contrasto su tutti i piani e le dimensioni della vita. Può succedere che ci siano ambiti di esperienza nei quali si raggiunge maggior coerenza, come, per esempio, nella vita familiare o all’interno di piccoli gruppi di riferimento. Ma bisogna riconoscere che assai numerose sono le attività impregnate dalla cultura economica dominante, nelle quali sottrarsi ai comportamenti richiesti implica sacrifici e costi così grandi che davvero poche sono le persone disposte ad assumerli.
Ma la scissione ha anche i suoi costi, che si pagano sotto forma di tensioni interne, contraddizioni vitali, sentimenti di colpa e frustrazione, perdita di autostima, sensazioni di mancanza di autenticità. Tali costi risultano ovviamente più alti in quelle persone che hanno raggiunto un maggior sviluppo delle proprie dimensioni spirituali e una maggiore conoscenza e apprezzamento delle credenze e dei valori ai quali consapevolmente aderiscono. È da loro che nasce, prima o poi, con maggiore o minore intensità, l’esigenza di «vivere quello che si crede e si pensa».
È la ricerca di coerenza, di autenticità, di unità tra teoria e pratica. Ma ciò implica il mettere da parte i comportamenti che apportano modalità di coscienza in contraddizione con la loro coscienza esplicita, e cominciare ad agire in conformità con quest’ultima. È la costruzione di una nuova unità tra teoria e pratica, non più dominata da quest’ultima, come era il caso di coloro che pensano in base a come agiscono, adattandosi al sistema di azione e di rapporti predominante, ma guidata dalla teoria, ossia dal pensiero e dai valori che cercano di divenire reali e pratici in un nuovo ambiente sociale ed economico. Questo ambiente, ovviamente, bisogna crearlo, ed è proprio in tale processo di costruzione dell’ambiente pratico adeguato alla coscienza spirituale e religiosa superiore che nascono espressioni concrete di economia di solidarietà e lavoro.